Milano, 9 dic. (AdnKronos) – Colpita a pochi passi dalla porta d’ingresso, trascinata e gettata lungo le scale che portano in cantina. Il 13 agosto 2007 sul pavimento della villetta di via Pascoli a Garlasco (Pavia) restano le tracce delle mani insanguinate della vittima, Chiara Poggi colpita più volte con un’arma sconosciuta, forse un martello. La 26enne indossa un pigiama estivo, è lei probabilmente ad aprire la porta a chi le toglie la vita. Nulla manca nell’abitazione per giustificare un tentativo di furto, non ci sono tracce di estranei.
E’ il fidanzato Alberto Stasi a scoprire il corpo e su di lui puntano le indagini. Contro il 24enne allora laureando alla Bocconi – fermato e presto rilasciato – inizia uno dei processi con rito abbreviato più controversi degli ultimi anni. Pesano gli errori iniziali delle indagini e la Cassazione nell’aprile 2013 – dopo due assoluzioni – ribalta il verdetto dei giudici milanesi.
Ricomincia una guerra di perizie e memorie che arricchiscono i faldoni di un’inchiesta che continua a stupire: a sette anni dal delitto spunta la testimonianza di due carabinieri che parlano di piccoli graffi visti sull’avambraccio di Alberto il giorno dell’omicidio. Nessun elemento certo invece dalla perizia sul capello trovato nella mano di Chiara, né dall’analisi del materiale sotto le sue unghie. La nuova lettura degli elementi cambia il futuro di Alberto: i giudici d’appello ‘bis’ lo condannato a 16 anni per omicidio (esclusa l’aggravante della crudeltà). Venerdì 11 dicembre la Cassazione torna a decidere del suo destino giudiziario.