(AdnKronos) – Qualche esempio? “l’evento di Dolce&Gabbana: innanzitutto è riuscito a scrollarsi di dosso la Sicilia, mantenendo vivo però l’approccio sentimentale, dello stereotipo gioioso. L’Italia vista dal mondo con riferimenti come’ l’Italia vista dalla Spagna’, ‘dalla Cina’, ‘cartoline dal mondo'”. “Il ruolo che la moda ha avuto per 30 anni, cioè quello di dettare le tendenze, non esiste più. I consumatori sono in grado di esprimere liberamente la propria identità. Quello che un’azienda fa, piuttosto, è lavorare sulle identità proprie e sperare che il consumatore, in qualche punto della sua vita, incontri queste identità. Si tratta dunque di uno scambio più equilibrato e interessante. In questo scambio, la tendenza vera e propria non ha più spazio”.
Basta guardare la sfilata di Gucci. “Il ‘revival’ fortunatamente è diventato molto orizzontale e in questo senso anche la sfilata di Gucci è stata un esempio meraviglioso. Una scelta non retrò, ma di grande modernità, con un punto di vista, che è quello di Michele Alessandro, che non a caso prende come riferimento Roma, città stratificata in cui la memoria non è verticale, ma orizzontale. Indicativo di un approccio al passato che è assolutamente differente che non è il revival, ma una ricchezza, una complessità gestita attraverso il sentimento e la sensibilità del creativo. Non è banale sostenere che Michele sia sicuramente il fenomeno delle ultime stagioni”.
Quanto a Prada “fa da caposcuola a Milano, più che Armani. Tutta la giovane creatività italiana fa riferimento a Prada e non più a Re Giorgio. Che sicuramente resta eccezionale e unico, emblema di una Milano che oggi sta guardando altrove e si è aperta più all’internazionale”. Nota un po’ stonata della sfilata Prada è “che era comunque troppo stylish, molto carica. Comunque interessante perché molto commerciale, come del resto anche Dolce&Gabbana”. Come a dire che “quando gli italiani fanno spettacolo nella moda, e questa settimana lo ha dimostrato, poi sono in grado di fare il prodotto”.