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Federdistribuzione, in 2012 -35% investimenti in settore distribuzione

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Roma, 21 mag. (Labitalia) – "Gli investimenti sono calati mediamente, nel settore della Distribuzione moderna organizzata, del 35% nel 2012 rispetto al 2007, l'anno del pre-crisi, ma sono ancora consistenti e stimabili tra i 2 e i 2,5 miliardi, fatto questo che caratterizza comunque ancora in modo positivo il comparto distributivo". E' l'analisi che traccia Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione, associazione espressione della Distribuzione moderna organizzata (Dmo) in Italia, nel corso del suo intervento al convegno 'Occupabilità, salario e produttività. Innovare il lavoro: antichi e nuovi nodi irrisolti', in corso alla Camera dei deputati. Una riduzione degli investimenti della Dmo, secondo Cobolli Gigli, ha due principali effetti immediati: "La diminuzione dell'impulso allo sviluppo delle economie dei territori, soprattutto nei confronti delle imprese artigiane e delle Pmi locali. Uno studio condotto dall'istituto di ricerca Ref ha quantificato che 1 miliardo di investimenti della Dmo genera 750 milioni di valore aggiunto nell'indotto e coinvolge 15.000 persone. E poi la diminuzione delle nuove assunzioni dovute alle aperture e alle ristrutturazioni dei punti vendita esistenti". Per il presidente Cobolli Gigli, la crisi sta colpendo pesantemente le aziende della Distribuzione moderna organizzata, che "sono prese tra due fuochi: da un lato, le vendite che calano a causa del minor reddito disponibile da parte delle famiglie e, dall'altro, l'aumento dei costi di gestione". Il calo delle vendite, sottolinea Cobolli Gigli, "riguarda con grave intensità i prodotti non alimentari ma da qualche anno anche i beni alimentari". "I dati Istat delle vendite al dettaglio nel loro complesso -ricorda- sono impietosi: -0,3% nel 2008; -1,6% nel 2009, un debole +0,1% nel 2010 quando sembrava che, seppur lentamente, stessimo uscendo dalla crisi; ma poi -0,8% nel 2011; -1,7% nel 2012 e ben -3,8% nei primi due mesi del 2013". E ad aggravare la situazione delle aziende, secondo il presidente di Federdistribuzione, c'è l'aumento dei costi di gestione, che ha una duplice matrice: "In primo luogo l'incremento delle materie prime, che senza alcun filtro da parte della filiera ci vengono interamente riportate nei listini dei fornitori. Per tutelare il potere d'acquisto dei consumatori, noi assorbiamo una parte di questi aumenti, ma questo ci mette in difficoltà: se guardiamo a ciò che è successo nell'intero periodo della crisi, cioè dal 2007 al 2012, a fronte di un aumento medio annuo dei listini dei prodotti alimentari confezionati di largo consumo dei nostri fornitori pari al 4%, i nostri prezzi praticati ai clienti sono incrementati mediamente dell'1,5% (con un'inflazione media annua nel periodo del 2,2%)". Ma a 'far male' alle imprese del settore, secondo Cobolli Gigli, è anche la pressione fiscale sempre più pesante. "Dobbiamo costantemente -spiega- confrontarci con una serie di inefficienze di sistema aggravate da una sempre più pesante imposizione fiscale. Ed è questo secondo aspetto quello più preoccupante, perché assume carattere strutturale e toglie competitività e produttività alle imprese"."Parlo del costo dell'energia -prosegue- che è tra il 30 e il 40% più alto rispetto agli altri Paesi europei e continua a salire perché gravato da una tassazione sempre maggiore; del costo della burocrazia, un fardello che pesa, secondo un'indagine svolta da Trade Lab presso le nostre aziende associate, l'1,15% del fatturato, pari a 1,5 miliardi l'anno, ammontare che per almeno il 20% potrebbe essere ridotto introducendo tecnologia, coordinamento e semplificazioni". Senza dimenticare, aggiunge Cobolli Gigli, "i costi eccessivi di trasporto e logistica, una delle leve strategiche nell'operatività di un'azienda distributiva, gonfiati dal costo del carburante, più alto della media europea a causa dell'anomala struttura della nostra filiera interna; le spese bancarie, assicurative, relative a professionisti, tutti mercati nei quali la concorrenza è ancora troppo bassa, con la conseguenza che si creano costi impropri per le imprese; le tasse locali su insegne e rifiuti che continuano a crescere; i costi che emergono dalla complessità e disorganizzazione nei controlli sui punti vendita o sui prodotti o da disparità interpretative delle norme tra le regioni o tra gli enti locali".

Articlolo scritto da: Adnkronos