Milano, 2 lug. (Labitalia) – La concentrazione di professionalità 'high skilled', l'ampia partecipazione femminile, l'elevata scolarizzazione, l'investimento nella formazione dei giovani sono tra i riconosciuti punti di forza su cui si basa la competitività internazionale di Milano e la sua attrattività. La prolungata recessione comincia però a lasciare il segno anche in questa area economica: soffrono in particolare pmi e manifatturiero, che perdono posti di lavoro. Nel 2012 sono servizi e grandi imprese ad assicurare il precario equilibrio dell'occupazione. Questi i principali risultati che emergono dall'indagine sul mercato del lavoro nell'area milanese condotta dal centro studi di Assolombarda su 750 imprese associate che occupano 120 mila lavoratori nelle province di Milano, Lodi e Monza e Brianza. La ricerca, realizzata nell'ambito dell'osservatorio Assolombarda sulle risorse umane, è stata presentata nel corso di un convegno tenutosi ieri a Milano, a cui sono intervenuti, tra gli altri, Michele Verna, direttore generale Assolombarda, Stefano Colli Lanzi, amministratore delegato Gi Group, Silvio Ferrari, presidente Cargill, Emilia Rio, direttore risorse umane e patrimonio immobiliare Gruppo A2A e Maurizio Sacconi, presidente commissione Lavoro del Senato.Nell'incertezza della fase economica le imprese hanno adeguato gli organici con un mix di leve strategiche: aumento della flessibilità, blocco del turnover, utilizzo intensivo di ammortizzatori sociali, riduzioni di organico concentrate tra le funzioni manageriali. Le due riforme introdotte non hanno giovato: quella delle pensioni ha inceppato il meccanismo di naturale ricambio generazionale, quella del mercato del lavoro ha disincentivato la creazione della forma di lavoro più possibile in periodi di incertezza, quello flessibile.Secondo l'indagine, "l'area milanese rappresenta indubbiamente il motore dell?economia italiana". "E' qui -spiega- che gran parte delle imprese multinazionali trovano la naturale porta di accesso al nostro Paese, soprattutto grazie alle caratteristiche di eccellenza e qualità delle risorse umane presenti. Per tratteggiare l'identikit della forza lavoro bisogna necessariamente partire dalla concentrazione di 'colletti bianchi' (dirigenti, quadri e impiegati) che rappresentano il 78% degli addetti alle dipendenze"."Il secondo fiore all'occhiello di Milano -prosegue- è la partecipazione femminile che si colloca ai livelli delle più avanzate aree economiche: nel 2012 la quota di donne sul totale del personale è risultata pari al 36%. Non solo una quota elevata per gli standard del nostro Paese, ma anche in ulteriore crescita rispetto al 2011. Inoltre, la presenza di donne si rafforza soprattutto tra le qualifiche più elevate, raggiungendo il 18% tra i dirigenti e il 29% tra i quadri". Terzo, "l'area milanese si caratterizza per la concentrazione di personale 'high skilled'", si sottolinea, aggiungendo: "Un terzo dei dipendenti è laureato, per metà con competenze in materie scientifiche. Il 2012 ha visto crescere l'importanza relativa dei laureati triennalisti. Quarto, l'investimento sui giovani testimoniato anche dal maggiore ricorso al contratto dell'apprendistato, seppur di dimensioni troppo contenute: nel 2012 si è ampliato il numero di imprese che hanno inserito giovani apprendisti in organico e rispetto al 2011 è aumentato il peso di questa forma contrattuale sul totale del personale. Il maggior ricorso all'apprendistato è avvenuto a scapito dell'altro strumento di accesso al mercato del lavoro per le fasce più giovani, il contratto di inserimento che, abrogato dalla riforma dall'1 gennaio 2013, già nel 2012 si è ridotto fino quasi a sparire".