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Matteo Renzi a Vanity Fair

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Matteo Renzi a Vanity Fair

Milano – A 36 appena compiuti, dopo un anno e mezzo di mandato, i sondaggi lo indicano come «il più amato d’Italia»: Matteo Renzi, sindaco di Firenze è amato più dalla base che dai vertici del partito di centrosinistra: lui vuole «rottamarli» perché vecchi, loro gli danno del demagogo carrierista. A Vanity Fair (in edicola dal 16 febbraio) che lo incontra alla vigilia della pubblicazione di Fuori! (Rizzoli) – un libro a metà tra l’autobiografia e il Renzi-pensiero – non nasconde la sua posizione sulla sinistra dei nostri giorni.

In quali altri partiti ha militato? «Nella Margherita. Tanto per spiegarle che cosa vuol dire essere nuovi in politica: io nella scheda elettorale non ho mai trovato né la sigla del Pci né quella della Dc. In compenso ho sempre trovato Berlusconi, che ha cinque anni meno di mia nonna: se ci penso, è sconvolgente». Quando è iniziata questa sua passione? «A scuola, grazie agli scontri con un professore fascista che ci divertivamo a provocare per evitare le interrogazioni». I dirigenti che lei vorrebbe rottamare non perdono occasione di rivendicare la qualità della loro formazione culturale. C’è chi ha studiato alla Normale di Pisa. «Chi, scusi?». D’Alema, per esempio. «Ma se non si è nemmeno laureato, di che si ragiona? Un giorno, riferendosi ai giovani, mi ha detto: “Dovrebbero venire a leggere dei libri”. Questa idea che soltanto loro abbiano letto un libro è insopportabile. Sfido D’Alema a un dibattito su Dave Eggers, il mio scrittore preferito». Mi dica qualcosa di sinistra in cui crede. «Credo nella responsabilità come la intendeva Don Milani: “Io sto bene se stai bene tu”, contrapposta alla difesa dei propri interessi. Al liberalismo in economia, ma senza condoni. Sull’ambiente ho fatto la cosa più di sinistra possibile, il piano strutturale a volumi zero: Firenze smette di costruire e ogni bambino ha diritto a un parco a non più di dieci minuti a piedi. Sono per il merito – se sei brava non devi darti via per fare carriera –, non per la rendita, non per un sistema dove basta il tuo cognome. Credo in una sinistra che ha permesso a un avvocato di strada di Chicago, che aveva la somma sfortuna di chiamarsi Obama Hussein, di diventare presidente degli Stati Uniti dopo l’11 settembre». Veltroni parlava un po’ come lei e ha perso lo stesso. «Perché lui non era nuovo. Nel resto del mondo il partito rimane come contenitore dove generazioni diverse seguono i loro sogni. Da noi succede l’esatto contrario: i leader restano gli stessi, cambiano i nomi dei partiti». Ha mai pensato di lasciare il Pd? «No, perché penso sia la più bella esperienza politica, per come ce l’avevano raccontata: un partito che puntava sull’ascensore sociale, sul talento, sull’innovazione, sul merito, sul non guardare al passato. Il partito dei pionieri, non la cooperativa dei reduci nostalgici». Esiste un politico che le piace? «Matteo Richetti, il presidente dell’Assemblea regionale dell’Emilia-Romagna, che ha tolto le pensioni ai consiglieri: l’unico. Ci voleva un genio? Si può dire che i parlamentari devono dimezzarsi lo stipendio, o è demagogia?».