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Spaccarotella: ‘Verdetto giusto sarebbe omicido colposo’

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Spaccarotella: ‘Verdetto giusto sarebbe omicido colposo’

ROMA – "A volte sogno quell'autogrill. Sono come sospeso su una nuvoletta e tutto intorno è sfuocato, ma lui non lo sogno mai…". A parlare, a "L'Espresso" che pubblica le sue parole nel numero in edicola da domani, è Luigi Spaccarotella che l'11 novembre 2007 fece partire il proiettile calibro 9 parabellum che uccise Gabriele Sandri. L'autogrill (nella foto) è quello di Badia al Pino, sulla A1, dove avvennero i fatti. Fatti per i quali, secondo Spaccarotella, un "verdetto giusto" sarebbe quello di "omicidio colposo".

Il verdetto del tribunale sulla vicenda è atteso per l'11 luglio e l'assistente della polizia di Stato, sospeso, afferma: "Mi auguro che vada nel senso in cui io e i miei avvocati abbiamo lavorato e che venga fatta chiarezza su quello che è accaduto. Un verdetto giusto", ovvero "omicidio colposo. Perchè non c'era da parte mia la volontà di uccidere nessuno e nemmeno di sparare un secondo colpo, dopo quello di avvertimento. Io nemmeno mi immaginavo che si trattasse di un'aggressione di tifosi, altrimenti mi sarei comportato diversamente". "Pensavo che fosse in corso una rapina – prosegue – Per questo ho sparato il colpo in aria e infatti i due gruppi si sono divisi. Poi li ho inseguiti correndo sull'altro lato dell'autogrill. Ho visto che erano saliti in macchina e mi sono fermato. Poi ho fatto un gesto come per indicarli. Mi sono reso conto di aver sparato quando ho sentito il colpo". All'intervistatore che gli fa notare che la pistola era con il colpo in canna e il cane alzato e che una maggiore prudenza avrebbe evitato la morte di Sandri, Spaccarotella risponde che "col senno di poi tutto si può dire, ma in quell'attimo la voglia di capire chi erano quelle persone e di prendere la targa dell'auto in fuga… Non mi sono reso conto di avere la pistola in mano mentre correvo. Ho fatto un gesto come per indicare, come per dire 'sti' stronzi…' e ho sentito il botto".

Sulla reazione degli ultras dopo la morte di Sandri, secondo Spaccarotella quella morte "è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di un sentimento di odio verso la Polizia che si stava già incanalando verso la violenza. C'è stato persino chi ha sostenuto che avessi pareggiato i conti dopo la morte del sovrintendente Raciti a Catania". Sospeso dal servizio, racconta poi che restituire il tesserino "è stato come perdere un pezzo della mia identità. Volevo fare il poliziotto fin da bambino. Ho sempre creduto nella Polizia, ma questa cosa della sospensione non l'ho proprio capita. Mi hanno detto che era un atto dovuto, per il mio rinvio a giudizio. Ma se davvero ero da sospendere, perché dopo la morte di Sandri mi hanno trasferito prima alla Polizia ferroviaria e poi al Reparto Mobile?".

Quanto alle minacce contro di lui che circolano sul web afferma: "Non ci faccio più caso, ne hanno dette tante e non vale la pena rispondere. Prima leggevo i loro commenti ma ho smesso. Però temo per la mia vita e soprattutto per quella di mia moglie e dei bambini. In aula sono stato minacciato da alcuni tifosi laziali. Per questo resisto alla voglia di rispondere mettendoci la faccia, per i miei familiari: quelle sono persone capaci di tutto".

La famiglia di Sandri ha sottolineato più volte il fatto che Spaccarotella non ha mai chiesto perdono. Lui replica che "il perdono lo chiede chi ha compiuto volontariamente un'azione. Io non volevo sparare. Però ho cercato di mettermi in contatto con loro. In occasione del funerale di Gabriele sono andato dal vescovo di Arezzo chiedendogli di trasmettere al parroco dei Sandri, e quindi alla famiglia, il mio cordoglio e le mie condoglianze. Ma il mio messaggio non è mai stato recapitato. Speravo che un giorno avrebbero capito che era una cosa non voluta, che ero dispiaciuto quasi quanto loro. Io e Sandri siamo due poveracci coinvolti in una cosa più grande di noi. Lui è morto e ha avuto la peggio e io sono qui ad assumermi le mie responsabilità".

Intanto padre Giovanni Serrotti, della parrocchia di San Domenico, che da tempo – attraverso Don Antonio Bacci – frequenta la famiglia Spaccarotella ed è diventato anche il confessore di Luigi e dei suoi sfoghi propone un conto corrente postale a favore di Luigi Spaccarotella e della sua famiglia. Lo riporta oggi ''Il Corriere Fiorentino''. "Frequentandoli – dice Padre Giovanni – mi sono accorto delle condizioni psicologiche in cui versano e di quello che gli sta accadendo. La sospensione dal servizio di Luigi e la conseguente riduzione dello stipendio li hanno costretti a vendere la casa perché non riuscivano più a pagare il mutuo". Da qui, insieme ad altri, l'idea d'istituire un conto corrente postale direttamente intestato a Luigi Spaccarotella. "So – ribadisce il parroco – che non tutti potranno comprendere, ma quando c'è qualcuno che chiede aiuto io rispondo a costo d'indebitarmi e anche questa volta mi è sembrato giusto seguire il mio cuore e i comandamenti della carità cristiana".