(AdnKronos) – Il ricorso secondo l’economista potrebbe basarsi anche sugli stessi numeri del gruppo postale: oltre il 50% dei ricavi arriva dalle polizze vita. ” Sembra di trovarsi -spiega- quasi di fronte a una compagnia assicurativa. Più del novanta per cento del fatturato viene realizzato da bancoposta e assicurazioni. Ma il costo dei dipendenti non è certo quello delle banche. Non è strano per una compagnia di recapiti che i premi versati a Poste vita abbiamo un ammontare superiore ai ricavi di Poste spa? Si può dire che ci troviamo di fronte a una compagnia di assicurazioni?”.
Quanto al contributo versato dallo Stato per il servizio universale ”La stessa Unione europea in passato, ha ritenuto congrui i compensi, ma quando appunto non c’erano tutte queste attività che spaziano dalle banche alla telefonia”. Secondo l’esperto ”è evidente che si tratta di una privatizzazione fatta solo per far cassa” anche perchè, ”non si capisce come possa un’azienda andare in Borsa con un’attività in perdita, quella del recapito dichiarando che resterà stabilmente in perdita”.
Normalmente, spiega, se uno decide di andare in Borsa ”o ristruttura o vende quell’attività in perdita, ma non se la tiene in pancia dichiarando che resterà in perdita. E’ normale?” Certo l’obiezione facile è che ”si tratta del recapito, servizio obbligatorio e ancora oggi essenziale, ma allora bastava fare come hanno fatto in altri paesi -spiega- si separava l’attività del recapito e si trovava un partner internazionale che questo mestiere lo sa fare, come le poste danesi e svedesi, che oggi sono un unico gruppo”. Il testo completo dell’intervista verrà pubblicato nel notiziario ‘banche & assicurazioni’.