(AdnKronos) – L’Ue, invece, ha le mani legate: “Dichiarando il falso sulle sue prestazioni – spiega Ghezzi – la casa tedesca ha fornito un’informazione mendace ai consumatori e ha forse orientato in modo distorsivo le scelte di acquisto, configurando così un’ipotesi di concorrenza sleale. In questi casi, l’Ue non può avviare azioni in modo autonomo, ma deve attendere una richiesta da parte di chi si ritiene danneggiato dalla vicenda, cioè le altre imprese produttrici. Cosa che, come dicevo, non avverrà mai”.
Ciò che l’Ue può fare, “e sicuramente lo farà”, è avviare una inchiesta più ampia: “La disciplina della concorrenza sleale prevede che la legittimazione attiva sia solo quella dei concorrenti. Quindi la commissione europea deve trovare altre strade. Come un’indagine sulle normative tecniche e i modi di misurazione. Perché fino a adesso i controlli andavano fatti a livello nazionale”.
Quanto al rischio di class action da parte dei consumatori, l’esperto è scettico: “A meno che i governi non decidano di fermare le Volkswagen perché inquinano troppo, come se, ad esempio, il Comune di Milano decidesse di vietare l’ingresso in centro alle auto euro 4 e alle Volkswagen euro 5, non vedo molte possibilità”. Oltre al fatto che “in Italia lo strumento della class action non ha mai spiccato il volo. Le associazioni dei consumatori non funzionano benissimo e la legge ha alcuni difetti nei meccanismi di aggregazione delle persone, oltre al fatto che i costi sono ancora molto alti”. Per l’esperto, però, è soprattutto una questione di ‘educazione’ del consumatore che forse, “con questa vicenda, potrà assumere una maggiore consapevolezza, segnando un cambio di passo nella rivendicazione dei propri diritti”.