(AdnKronos) – Il dissenso è cambiato: “solo cinque anni fa – spiega l’ex terrorista Ferrandi oggi impegnato nel sociale – la fascinazione del riot (rivolta, ndr) attirava 30 ragazzi in fondo ai cortei, poi sono diventati 300 e stanno diventando 3mila”. Dire sono ‘quattro teppistelli’ “è negare l’evidenza. I giovani – il ragazzo ‘crocifisso’ in tv per la sua ingenuità, ha la stessa età che avevo io allora – sono attratti dal riot come luogo di espressione di una disperazione sociale che non trova canali”. La piazza ‘No Expo’ raccoglie “la delusione per un evento corrotto che non ha avuto ricadute, neanche occupazionali, preziose in questo momento” ma è anche la protesta “contro le politiche di austerità, per il diritto al lavoro che non può essere pagato come una ‘mancetta’ condita di illusioni”.
La ricerca di equità: “porta a cercare di imporre la propria presenza al tavolo di chi decide e non va vista come una minaccia, ma una risorsa: il senso esasperato di ingiustizia è una molla che ha consentito l’evoluzione della specie”. Davanti a interlocutori istituzionali che non sanno o non vogliono rispondere la conflittualità si trasforma in violenza. “Dovremmo ricordarci, però, che da giovani abbiamo fatto le stesse cose e anche peggio, anche nel caso dell’attuale classe politica milanese”. Oggi – citando Moravia – “‘La realtà non mi persuade’ credo sia l’atteggiamento caratteristico del ceto medio, un’abdicazione dalla razionalità civile che ha reso Milano irriconoscibile”.
Una critica “che mi sono rivolto negli anni Settanta e ora faccio alla politica è di aver imboccato una fuga dal principio di realtà: non ha misura di quanto avviene a pochi chilometri dal salotto buono della città”. Una volta la politica (insieme ai sindacati) “avrebbe avviato una riflessione su quanto accaduto – fermo il ‘chi sbaglia paga’ – ma non avrebbe reagito come un animale punto sul vivo, con una disperazione che non differisce molto da quella dei black bloc”. Per rimediare “ai danni inflitti in questi anni, da un cretinismo econometrico diventato un mainstream che ha sedotto la massa, bisognerà rimboccarsi le maniche e cominciare dalla vera emergenza nazionale: la disoccupazione giovanile che – conclude Mario Ferrandi – è solo la cartina di tornasole del fallimento dei ricettari neoliberisti anglosassoni applicati alla società italiana”.