(AdnKronos) – A fermare la Cgil, dunque, non sarà il voto definitivo del Parlamento atteso per la prossima settimana. La partita, infatti, per il sindacato, resta tutta da giocare in attesa dei decreti di attuazione che il governo si appresta a presentare a stretto gito di posta. Per inizio anno, infatti, assicura ancora oggi il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, arriveranno quelli sul contratto a tutele crescenti e quelli sulla riforma degli ammortizzatori sociali.
“Vogliamo utilizzare le risorse previste dalla legge di stabilità a favore della decontribuzione per i primi tre anni di applicazione di questo tipo di contratto”, dice mentre per gli ammortizzatori sociali, su cui il governo ha messo 2,9 miliardi nel 2015, si attende l’evoluzione parlamentare della ‘finanziaria’ considerato che, come ripete, “vanno messi in fila l’estensione dell’Aspi ai lavoratori oggi non coperti da ammortizzatori, la quantità delle risorse , la durata e l’importo”. Ma la Cgil non sembra intenzionata a rinunciare ad una trattativa.
“Vedremo se decidono nel chiuso delle stanze o se aprono un confronto”, ammonisce ancora Camusso ricordando le promesse del premier su possibili incontri tra ministri e sindacati. “Siamo sempre in attesa di vedere se si tratta di un annuncio o di una cosa che si determina”. Ma Poletti non si sbilancia e resta sul vago: “troveremo il modo di ascoltarli”, si limita a dire. Intanto Il Jobs Act continua a scavare un solco, oltre che nelle file del Pd, anche in quelle dei sindacati. Tra Cgil e Cisl la distanza appare ormai siderale anche nei giudizi sui provvedimenti del governo oltre che sui modi per dare voce al malcontento dei lavoratori.