Palermo, 9 feb. (AdnKronos) – Il processo sulla trattativa tra Stato e mafia, in cui è imputato il generale Mario Mori, è “una duplicazione del processo” in cui l’ex alto ufficiale dei Carabinieri ed ex numero uno del Sisde era stato assolto definitivamente dall’accusa di non avere fatto catturare nel 1995 l’allora boss mafioso latitante Bernardo Provenzano. Con queste parole l’avvocato Vincenzo Musco, che con l’avvocato Basilio Milio difende Mario Mori, ha iniziato nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, la sua arringa difensiva per l’imputato. Musco e la difesa di Mori puntano sull’articolo 649 del Codice di procedura penale secondo cui “un imputato prosciolto o condannato con sentenza irrevocabile non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze, salvo quanto disposto dagli articoli 69 comma 2 e 345″.
I giudici italiani – spiega l’avvocato Musco – sono obbligati ad applicare la giurisprudenza europea, soprattutto quando è consolidata”. “Mi meraviglio che questo processo sia andato avanti così – spiega ancora l’avvocato Musco – perché la problematica dell’articolo 649 del Codice di procedura penale ha subito nel corso degli ultimi anni uno sviluppo straordinario”. Secondo Musco il capo di imputazione per Mori, accusato di minaccia a corpo politico dello Stato “è identico” a quello nel processo in cui è stato assolto dalla Cassazione.