Palermo, 10 feb. (AdnKronos) – “Malgrado i miei esposti, nessuna indagine è stata aperta per accertare se a mio danno ci sia stata o non ci sia stata millanteria, diffamazione e calunnia. Il teorema doveva restare in piedi”. E’ l’accusa dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino ribadita durante le dichiarazioni spontanee rese durante il processo sulla trattativa tra Stato e mafia. Mancino fa riferimento alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, anche lui imputato nel processo, che in passato aveva riferito ai pm di Firenze di un colloquio “da lui avuto con Riina tra Capaci e via D’Amelio – dice Mancino – nel corso del quale il committente finale di una intesa tra Stato e mafia sarei stato io”. “Il signor Brusca – aggiunge Mancino – fa al pm Chelazzi il nome di Ciancimino come interlocutore di Riina ma non esclude una millanteria di Ciancimino quando chiama in vausa Mancino, il cosiddetto committente”. “Tutte queste rivelazioni – dice Mancino – furono da me riassunte in un esposto all’allora Procuratore capo di Palermo Messineo. Ho chiesto un approfondimento su questa mia calunniosa chiamata in causa. Ho chiesto di indagare. Macché”. E ribadisce: “Ho chiesto un coordinamento delle indagini tra le Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo perché fra di esse ci sono state e ci sono tuttora discordanze. C’è anche chi ha dichiarato che il coordinamento tra le Procure si fosse realizzato, ma io continuo a ritenere che non è proprio così”. Ei ribadisce che “nessuna indagine è stata aperta per accertare se a mio danno ci sia stata o no millanteria”.