Palermo, 9 giu. (AdnKronos) – E’ il settembre del 2013 e al porto di Siracusa arriva un barcone soccorso nei giorni precedenti nel Canale di Sicilia. A bordo ci sono centinaia di persone, tra cui molte donne, bambini, persino neonati. Tra loro c’è Selma, una donna palestinese di 49 anni, infermiera professionale, sposata e madre di due figli. Ma Selma non sta bene. Nel passaggio sul barcone, prima della traversata, è caduta e ha sbattuto la testa. Pensate, ha fatto tutta la traversata stando male. Sdraiata a terra, con una forte emicrania. Solo al suo arrivo si scopre che ha un vasto ematoma in testa, proprio dovuto alla caduta. La donna viene portata in ospedale a Siracusa, dove incontra Hasan Awad, un medico palestinese, come lei. Che parla la sua lingua. E si rassicura. Ma dopo quattro giorni di ricovero, Selma peggiora. Perde conoscenza e finisce in Rianimazione. Non c’è più attività cerebrale.
Hasan, con il dolore nel cuore, va dai familiari di Selma per dare la brutta notizia. E nello stesso tempo chiede loro anche un’altra cosa. Che non è facile da chiedere: Di donare gli organi. “Ci saranno persone che vi saranno molto grate per questo”, dice Hasan al marito. Che acconsente. Grazie alla donazione di Selma tre persone hanno avuto un’altra possibilità. Adesso la storia di Selma è diventato un libro, intitolato ‘Vivere’ (Fandango), presentato a Palermo dall’autore Bertotti, con il professo Bruno Gridelli che per tanti anni ha diretto l’Ismett di Palermo e il medico palestinese Hasan Awad.
Il fegato e un rene di Selma furono assegnati proprio all’Ismett: l’Istituto Mediterraneo di alta specializzazione per i trapianti, che di recente ha festeggiato i venti anni di attività. Il primo trapianto era stato effettuato su un uomo di 66 anni, siciliano ma residente in Calabria e il secondo destinato a un uomo di 41 anni di Ragusa. L’altro rene era stato invece trapiantato al Policlinico di Catania su una donna calabrese di 60 anni in urgenza.