Roma, 2 feb. – (AdnKronos) – Riducono il rischio idrogeologico, raccogliendo le acque durante le piene e rallentandone il deflusso; diluiscono gli inquinanti come veri e propri depuratori naturali; sono dei serbatoi di biodiversità e laboratori a cielo aperto per studiosi e ricercatori. Sono le zone umide: lagune, acquitrini, stagni, paludi e torbiere. E oggi è la quindicesima Giornata Mondiale dedicata a loro, il World Wetlands Day, dedicato quest’anno alla riduzione del rischio da calamità.
Per decenni bistrattate e bonificate, oggi le aree umide sono state rivalutate per le loro funzioni ecologiche il cui valore economico è stato stimato in 300-800 dollari per ettaro l’anno per le zone umide costiere, e fino a 3mila per quelle interne. Eppure, in molti Paesi europei nel XX secolo, si è registrata una perdita di oltre il 50% della superficie originaria di zone umide.
E in Italia? Sono 52, distribuite in 15 Regioni e per un totale di 58.356 ettari, le zone umide d’importanza internazionale riconosciute nel nostro Paese e inserite nell’elenco della Convenzione di Ramsar. Ma anche qui, una recente indagine dell’Ispra ha evidenziato come il 47,6% di questi ambienti sia in ‘cattivo’ stato di conservazione, il 31,7% ‘inadeguato’ e solo il 4,7% è in uno stato ‘favorevole’.