(AdnKronos) – Proprio per questo, sostiene l’economista, “è molto difficile che l’Opec arrivi alla decisione di tagliare la produzione di petrolio. O lo fanno tutti o aspetteranno a prendere questa decisione”. Certo, in questa situazione di prezzo, “ci sono problemi di entrate e di bilancia dei pagamenti in alcuni paesi dell’area Opec, in particolare in Venezuela e in Nigeria. La stessa Arabia Saudita inizia ad avere delle entrate non sufficienti per sostenere le proprie politiche di welfare e gli investimenti ma può ancora resistere in attesa di tempi migliori nel giro di qualche anno”.
L’obiettivo dell’Arabia Saudia è chiaramente quello di cercare di tagliare un po’ di produzione non convenzionale. E questo, rileva De Paoli, “è un problema politica non da poco. Se effettivamente si arriverà ad un taglio di 2-3 milioni di barili al giorno del tight oil anche a livello geopolitico questo avrà un suo peso. Con l’arrivo della produzione Usa, infatti, gli Stati Uniti hanno proceduto ad un parziale disimpegno dal Medio Oriente ed è diventata meno interventista. Se tornano a diventare dipendenti anche la loro posizione potrebbe cambiare”.
L’attuale ‘resistenza’ del tight oil Usa, che si diceva che non poteva resistere sotto i 60 dollari al barile, rileva De Paoli, “sarebbe legata al fatto che l’industria del ‘tight oil’, soprattutto le aziende piccole e medie del settore, è basata sui prestiti bancari. Visto il forte indebitamento delle aziende del settore ci sono quindi solo due possibilità: o si chiude il rubinetto ma l’azienda fallisce e si rischia di non recuperare i crediti o l’impresa è troppo ‘grande’ o troppa esposta per fallire e quindi si va avanti dandogli crediti”.