(AdnKronos) – Di fronte a queste cifre, si comprende quanto sia importante rendere il più trasparente possibile il mercato. E l’etichettatura, la tracciabilità del prodotto in tutte le fasi dall’allevamento in poi, contribuisce in modo determinante a regolare la concorrenza e meccanismi di importazione e a garantire la sicurezza del consumatore.
La normativa Ue, osservano i coniglicoltori, permette che sul cibo l’origine possa diventare quella del luogo in cui è avvenuta l’ultima lavorazione ‘sostanziale’, impedendo al consumatore di essere informato sulla reale provenienza delle carni nei prodotti trasformati e porzionati. Una norma che facilita un commercio globale che non sempre rispetta il benessere animale e le normative sanitarie. Così l’Italia deve fronteggiare importazioni rese agevoli proprio dall’assenza di etichettatura obbligatoria e di controlli.
Negli ultimi anni le importazioni italiane hanno subito una trasformazione: quelle dalla Germania, che non è un paese produttore, sono passate dal 10,6 al 41,3 per cento, superando le esportazioni spagnole e francesi. Il volume delle importazioni dalla sola Germania è di duemila tonnellate l’anno, mentre, come è stato evidenziato in una risoluzione approvata lo scorso anno alla Camera, ci sono dubbi sulla provenienza di conigli (congelati o refrigerati) da altre zone europee o extraeuropee. Tanto è vero che è stata anche denunciata la presenza di un ‘mercato parallelo’ d’importazione dei conigli da Paesi extraeuropei, in particolare dalla Cina: oltre 100mila conigli alla settimana, dei quali oltre il 60% è rappresentato da prodotti congelati. Sul mercato italiano, in sofferenza anche per fenomeni di dumping, arriva insomma carne di coniglio di bassa qualità.