Roma, 3 nov. (Labitalia) – Il Dipartimento per la Funzione Pubblica quantifica in oltre 30 miliardi gli oneri amministrativi sopportati annualmente dal sistema delle Pmi. Una cifra equivalente al 2% del Pil. Sempre secondo il dipartimento, circa un terzo di questi costi (8,9 miliardi) potrebbe essere eliminato. Si tratta di oneri ‘impropri’ determinati da complicazioni e inefficienze burocratiche che un programma di semplificazione consentirebbe di evitare. Una cifra prudenziale, perché non contempla i risparmi associabili al tema della sicurezza sul lavoro. E’ quanto emerge dalla ricerca “Scenari di crescita in presenza di una semplificazione amministrativa” presentata da Centro Europa Ricerche (Cer) e Rete Imprese Italia a Roma.
Il 60% delle pmi ritiene che l’incidenza degli oneri amministrativi sia aumentata negli ultimi anni, soprattutto a causa di norme più numerose e complicate. Secondo la valutazione delle pmi, le giornate uomo dedicate ad adempimenti amministrativi sono aumentate nel corso della crisi: da 26 nel 2008 a 30 nel 2013 (+7%), passando per un massimo di 32 nel 2010 (+14% rispetto al valore pre-crisi).
L’immagine offerta dai dati è quella di un apparato pubblico che, in anni particolarmente critici per le pmi, ha trovato molte difficoltà nel dar seguito agli impegni di semplificazione. Tanto che l’Italia continua a collocarsi nel fondo delle classifiche internazionali sulla facilità di fare impresa.
La classifica della Banca mondiale Doing Business, ad esempio, indica in 269 le ore necessarie in Italia per adempiere agli obblighi fiscali, contro le 177 della media Ocse (+52%). La classifica del World Economic Forum pone l’Italia al 138° posto su 140 con riferimento al peso degli oneri amministrativi. Le stime mostrano come sia possibile ottenere risultati importanti in termini di aumento degli investimenti e di accelerazione della crescita, di riduzione del tasso di disoccupazione, di recupero della competitività.
Nel dettaglio, la riduzione degli oneri burocratici impropri avrebbe un effetto diretto immediato sui bilanci delle imprese, all’interno dei quali si libererebbero risorse per 9 miliardi. Queste maggiori risorse consentirebbero di aumentare gli investimenti, fornendo un impulso positivo al saggio di accumulazione (rapporto investimenti/ Pil). Nell’arco di un quadriennio, il saggio di accumulazione aumenterebbe, rispetto allo scenario base disegnato dalla Nota di aggiornamento al Def, di 0,4 punti.
I maggiori investimenti, derivando da un miglioramento “esogeno” dei bilanci delle imprese, avrebbero natura interamente espansiva Sarebbero cioè aggiuntivi e non sostitutivi di forza lavoro. Sempre nell’arco di un quadriennio, si registrerebbe quindi un calo della disoccupazione superiore di 0,5 punti rispetto allo scenario base.