Roma, 8 giu. (Labitalia) – “Introdurre una certa flessibilità nel sistema pensionistico sull’uscita dal lavoro può essere una cosa giusta, ma va fatta tenendo ben presente due fattori: il primo è non determinare oneri nel lungo periodo e dunque che sia una cosa equa da un punto di vista attuariale, il secondo è che bisogna sapere che, mandando in pensione prima le persone, non si risolve il problema della disoccupazione giovanile”. Così Pietro Reichlin, docente di economia politica alla Luiss, parla con Labitalia della flessibilità nel sistema previdenziale.
A proposito di ‘staffetta generazionale’, Reichlin obietta che “innanzitutto il tasso di occupazione in Italia delle classi di età 55-64 anni non è alto, anzi è basso e con la crisi si è abbassato ulteriormente”. Dunque, dice l’economista, “non si tratta di far uscire qualcuno per far entrare qualcun altro”.
Insomma, “più che un problema di ‘staffetta’, si pone un problema di un uso più flessibile della manodopera”, osserva Reichlin precisando che però per farlo “occorre avere strumenti contrattuali adatti”.
“A livello macroeconomico -osserva Reichlin- non c’è un conflitto tra occupazione giovanile e occupazione degli ‘anziani’. Poi, certo, le imprese hanno un esigenza di ringiovanimento dello staff”.
“Il processo di ringiovanimento -aggiunge l’economista- è reso ora accelerato e più conveniente dal Jobs Act. Ma se qualcuno vuole andare in pensione prima, bisogna che perda un pezzetto della propria rendita”, conclude.