(AdnKronos) – Ben presto però lo strano apparecchio nato a San Francisco irradiò il suo fascino e conquistò nuove fette di mercato, una dopo l’altra. Così negli anni ’30 i ‘juke-joint’ divennero i bar in cui si ballava e le ‘juke-bands’ i gruppi musicali che vi si esibivano. Ma è negli anni ’50 che il jukebox raggiunse l’apice del successo: immancabile nei bar e nelle sale da ballo statunitensi, nonché nelle scenografie di film e serial. Come dimenticare Arthur Fonzarelli, in arte Fonzie, che con un pugno ben assestato accendeva il jukebox del drive in Arnold’s?
Ma torniamo alle origini. Dopo l’esordio del 1890, il jukebox si affermò prepotentemente sulla scena negli anni ’30, complice la crisi del ’29 e la grande depressione che ne seguì. Grandi aziende come la Wurlitzer, Ami, Rock-Ola, produttrici di pianoforti a gettoni, risentirono, oltre che della forte recessione, del successo della radio che aveva progressivamente ‘cannibalizzato’ il loro mercato di riferimento.
Per riposizionarsi, rispolverarono la geniale idea di Lois Glass adattandola alle nuove esigenze dei consumatori: un lettore in grado di consentire la selezione tra vari dischi sembrò la scelta vincente. In effetti la diffusione della nuova macchina musicale ebbe dell’incredibile. Un numero su tutti: nel 1936 la Wurlitzer vendette più di quarantamila jukebox, record mai uguagliato nella storia.