(AdnKronos) – In molti, di fronte a questa situazione, stanno pensando di chiudere: come Michele Martinelli, allevatore di Samolaco (Sondrio), o Giuseppe Pellegrini di Appiano Gentile (Como) che ha già ridotto il numero dei capi allevati: “Da 33 mucche in lattazione siamo passati a 10, ma se le cose non cambieranno pensiamo di mollare. Un peccato e un grande dispiacere, soprattutto perché c’è mio figlio che vorrebbe continuare”.
Situazione analoga per Claudio Chiarini a Montichiari (Brescia). “La capienza della stalla costruita nel 2003 è per 300 bovini – spiega – ma per colpa della crisi oggi ne mungiamo soltanto 200. Siamo in tre e lavoriamo almeno 13 ore al giorno, ma a fatica riusciamo a sopportare i costi di produzione”. Gianluigi Binda, di Bosisio Parini (Lecco), rincara: “Dispiace buttare al vento tutto quanto la mia famiglia ha costruito ma non si può lavorare 365 giorni l’anno per nulla”.
Le aziende agricole “che producono latte di qualità andrebbero premiate e non penalizzate, specie dalle industrie che raccolgono quel latte per destinarlo alla trasformazione”, aggiunge Paolo Zanotti, che a Casciago (Varese) ha un centinaio di capi. “Chiediamo solo che il nostro lavoro venga riconosciuto con un prezzo giusto – spiega Cinzia Marescotti, giovane allevatrice di San Zenone al Lambro (Milano) che fino a due anni fa lavorava nel settore architettura -. Mi sento frustrata perché a queste condizioni non riusciamo a programmare il nostro futuro”. E ribatte Alice Madonini di Secugnago (Lodi): “Quello che finora mi ha fatto andare avanti è la passione, ma da sola non basta più”.