(AdnKronos) – “Dobbiamo però tenere sotto osservazione due segnali”, dice Guido Corbetta, titolare della Cattedra AIdAF-EY, “la scarsa capacità di crescita esterna attraverso acquisizioni e l’elevata età di chi dirige le aziende familiari”. Tra il 2000 e il 2014 solo il 6,7% delle aziende familiari ha realizzato almeno un’acquisizione, contro il 9,1% delle non familiari, che rimane comunque un dato molto basso. Anche gli investimenti diretti all’estero riguardano una minoranza delle imprese, ma in questo caso le aziende familiari (il 29,6% di esse ne ha effettuati) sono più attive di quelle non familiari (21,3%).
Più preoccupante il fatto che l’età dei leader delle aziende familiari italiane (amministratori delegati, amministratori unici o presidenti esecutivi, a seconda della governance scelta) sia molto elevata e che con l’età del leader peggiorino le performance aziendali. Il 22,6% dei leader ha più di 70 anni (e un altro 24,6% supera i 60) e solo il 5,3% meno di 40, con le aziende gestite dai più anziani che registrano un Roe inferiore di 0,8-1,2 punti (a seconda della classe dimensionale) rispetto alla media e quelle gestite dai più giovani che hanno un risultato migliore di 1,9-2 punti.
Un segnale positivo è il riavvio, dopo gli anni della crisi, del processo di successione generazionale. “Ne è un significativo indicatore”, sostiene ancora Corbetta, ”la crescente diffusione della forma di leadership collegiale, che prevede più di un amministratore delegato, e che viene spesso usata per affiancare un rappresentante della generazione successiva alla generazione precedente. Questa riguardava il 35,8% delle aziende familiari medio-grandi nel 2007, ma è arrivata al 41,4% nel 2014”.