(AdnKronos) – E’ Marina a parlare per la prima volta di “una sorta di simbolica bulimia alimentare”, a cercare di dare una risposta a questo fenomeno per arrivare a proporre, a chi l’ha incontrata, qualcosa di molto meglio in termini di spreco e, soprattutto, di riabilitazione. La “forma di rifiuto di alimenti” scrive Marina, avviene perchè sono “avvertiti come privi di proprietà benefiche e a cui si fa fatica a dare un valore nutritivo. Forse, perché associati al nulla a cui la perdita della libertà ci condanna, si passano gli anni a ripetere gli stessi gesti in nome del diritto di essere alimentati e del dovere di alimentarci”. In altre parole, “nel rifiuto e nello spregio di quel cibo si compie un piccolo rituale di rifiuto della carcerazione e dell’istituzione”.
La proposta che suggerisce la giovane detenuta è coraggiosa, forse non immediatamente praticabile su tutto il territorio nazionale, ma potrebbe funzionare. In sintesi il suo pensiero è: basta gettare cibo e risorse pubbliche. Meglio sarebbe consentire ad ogni detenuto di acquistare con la stessa somma (3,80 euro al giorno) il necessario per fornirsi tramite il ‘sopravitto’ i prodotti che gli servono e invogliarlo, di fatto, a cucinare per sè. Basta sprechi e via libera, soprattutto, ad una pratica antica come il mondo ma sempre valida di riabilitazione personale se è vero, come scientificamente provato, che il cibo è legato all’affettività. Cucinare è prendersi cura di sè e degli altri, è volersi e volere bene. E’ una pratica e una cura insieme. Un’esercizio che in carcere potrebbe aiutare ogni singolo detenuto a pensare a sè, alla sua conzione, per portarlo a ‘volersi bene’. Il primo passo, insomma, di un percorso di riabilitazione.
La realtà descritta da Marina è invece un processo regressivo di dipendenza che porta a rabbia e frustrazione. Un passaggio disumanizzante e non un momento rieducativo dove il carcere perde la sua funzione per diventare una sorta di ‘discarica’. Ed è una realtà in cui ci si imbatte subito.