Milano, 26 ott. – (AdnKronos) – Inaugurato oggi InGalera, il ristorante nato all’interno della II Casa di Reclusione di Milano Bollate: un progetto unico in Italia, forte e ambizioso come il sogno che ha guidato la cooperativa sociale ‘Abc’ fino al raggiungimento di questo traguardo. Nata nel 2004 dentro il carcere stesso per offrire professionalità e lavoro a detenuti ammessi e non alla misura alternativa dell’art. 21, la cooperativa Abc crede nel valore del percorso riabilitativo nel tentativo di eliminare lo stigma che la società imprime a chi ha trascorso un periodo della propria vita in carcere. La Casa di Reclusione di Milano-Bollate, nota per la sua politica penitenziaria volta a valorizzare l’aspetto rieducativo della pena, è il contesto perfetto per poter realizzare questo progetto.
InGalera offre 52 posti a sedere ed è aperto a pranzo e a cena, sei giorni su sette. Propone la formula “quick lunch” a pranzo dal lunedì al venerdì, mentre il sabato a pranzo e tutte le sere propone cena alla carta. Ci lavorano complessivamente nove persone, cinque in cucina e quattro in sala, assunte dalla cooperativa ABC la sapienza in tavola. Sono tutti detenuti, a esclusione dello chef e del maitre, professionisti esterni chiamati a dare prestigio al progetto. I tirocinanti della sezione carceraria dell’Istituto Frisi sono quattro. Coerentemente con il posizionamento di qualità che si propone, il ristorante è stato arredato grazie alla collaborazione di grandi marchi del design italiano come Alessi, Artemide e Pedrali.
“Il ristorante InGalera, frutto di preziosa sinergia tra il pubblico e il privato, non si pone il solo obiettivo, già di per sé rilevante, di fornire ai detenuti competenze formative e lavorative utili al loro reinserimento sociale – dichiara Massimo Parisi, Direttore della II Casa di Reclusione di Milano Bollate. Con la sua costante apertura al pubblico vuole costituire per chiunque un’opportunità d’interfacciarsi con l’universo carcerario e di riflettere sul senso della pena. In tal modo il ristorante può farsi portatore di un messaggio culturale che intende incidere sul senso comune della pena e rafforzare così le basi per un’effettiva inclusione sociale dei detenuti. Per questo va il mio sentito grazie a tutti coloro che ne hanno consentito l’attivazione”.