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Tv: Sassoli (Upa), contro calo pubblicità tax credit e riforma Rai

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Roma, 2 ott. (AdnKronos) – Roma, 30 set. (Adnkronos) – “La televisione rimane il totem irrinunciabile per chi vuole investire in Italia sul largo consumo. Assorbe, infatti, più del 50% degli investimenti pubblicitari nel nostro Paese. Un dato costante, crisi o non crisi”. Detto questo “negli ultimi 5 anni il mercato pubblicitario nel complesso ha perso il 40%, nel 2013 il 14% e nell’anno in corso, fino a luglio, ha perso il 2%. Un decremento dovuto alla recessione e al minore interesse delle multinazionali per l’Italia”. A fare il punto con l’Adnkronos è il presidente dell’Upa, (Utenti di Pubblicità Associati), Lorenzo Sassoli de Bianchi, che spiega come, a fronte della situazione data, “incentivare la pubblicità” possa essere una strada “per far crescere i consumi e quindi l’economia”.
“Gli 80 euro di Renzi -rileva Sassoli de Bianchi- sono finiti nei risparmi e non nei consumi. Le banche ci dicono che il risparmio sta aumentando. Noi, dal canto nostro, avevamo proposto di fare il tax credit sugli investimenti pubblicitari per incentivare le multinazionali ad investire in Italia, ma pare che non ci siano le coperture finanziarie.
“Il tax credit, però, potrebbe avere effetti importanti sul mercato: se un manager della sede italiana di una multinazionale, a cui la casa madre ha tolto gli investimenti, potesse contare sul tax credit avrebbe un argomento forte per convincere la casa madre a tornare ad investire in Italia. E, secondo i nostri calcoli, il tax credit potrebbe aumentare il Pil di 1-2 punti”, sottolinea Sassoli de Bianchi, auspicando poi una ripresa forte del ruolo di servizio pubblico della Rai come contributo a una crescita dell’Italia e una riforma di viale Mazzini a partire dalla governance.
Sassoli de Bianchi si sofferma sulle lacune più generali del sistema televisivo e dei suoi riflessi sulla società: “Noi siamo imprenditori che investono in pubblicità, sì! Ma siamo prima di tutto imprenditori che hanno tutto l’interesse e l’ambizione di vivere in un paese più avanzato, più moderno, più civile, più colto”. E “se la Rai tornasse a fare servizio pubblico come negli anni ’60 e 70, potrebbe veramente dare un contributo ad una evoluzione positiva dell’Italia che non sta dando certo il meglio di sé, né sul fronte dell’innovazione nè sul fronte della civiltà e dell’economia”.
“Se la Rai, che ha insegnato l’italiano agli italiano, tornasse a fare servizio pubblico – insiste – ora dovrebbe insegnare l’inglese e non mi pare che lo stia facendo. Dovrebbe essere servizio pubblico che sperimenta format e che punta più alla qualità che all’audience, magari anche con una rete generalista senza pubblicità. Modernizzerebbe così l’intero Paese e ne trarrebbe vantaggio tutta l’industria italiana.
“Siamo all’89esimo posto nel mondo per velocità di band larga. Cosa che equivarrebbe a non avere avuto autostrade negli anni ’70. Tutte le tv stanno facendo bene il loro lavoro, la Rai, come sosteniamo da tempo, ha bisogno di una riforma complessiva, a partire da quella della governance”, scandisce Sassoli de Bianchi.
Tornando poi al tema specifico degli investimenti pubblicitari, Sassoli de Bianchi evidenzia l’importanza della “segmentazione che si traduce nel parlare il più possibile ai miei clienti senza disperdere risorse. Faccio un esempio: se sono un’azienda che vende intimo, per me è interessante Miss Italia. Se vendo prodotti maschili, è interessante il calcio. E questo vale sia per singoli spot che per una sponsorizzazione che permette una precisione anche maggiore perché porta ad identificare l’azienda con la trasmissione scelta”.
“Il Festival di Sanremo, per citare un altro caso noto, è una occasione tipica per le aziende che vogliono avere un’immagine nazionale rivolta a tutti e quindi una certa autorevolezza, come è il caso di Barilla o Ferrero. Mentre l’abbinamento tra Unicredit e Champions (l’istituto di credito sponsor della Champions League) focalizza l’attenzione su un ambito più maschile e più internazionale”.