Roma, 3 feb. (Adnkronos Salute) – Capire come funziona l'olfatto delle zanzare, e come questo le guidi nella ricerca e nella scelta della 'preda' da pungere, potrebbe portare a sviluppare nuovi metodi di controllo dell'anofele, principale veicolo di trasmissione della malaria, nonché innovative classi di repellenti in grado di proteggere l'uomo dalle punture. E' questo l'obiettivo di uno studio pubblicato sulla rivista 'PlosOne' e condotto da un team internazionale a cui hanno partecipato le università Sapienza di Roma, di Firenze, di Pisa e di Berlino. Gli autori hanno analizzato e identificato un gruppo di proteine espresse negli organi dell'olfatto della zanzara 'Anopheles gambiae', una specie di grande interesse sanitario, principale vettore della malaria in Africa sub-sahariana. "Questo risultato – spiega Beniamino Caputo della Sapienza, coautore della ricerca – consente di restringere le analisi future a un numero ristretto di proteine (un terzo) implicate nel trasporto di sostanze verso i recettori di membrana all'interno degli organi olfattivi. Questo esiguo numero di proteine rappresentano target ottimali per l'identificazione di molecole implicate nel comportamento di scelta dell'ospite da parte delle zanzare e, quindi, per il potenziale sviluppo di nuove classi di repellenti che proteggano l'uomo dalle punture o di attrattivi da utilizzarsi per lo sviluppo di nuovi metodi di cattura". La ricerca ha applicato una una tecnica innovativa (shotgun proteomics) all'analisi delle proteine presenti nelle antenne delle zanzare, con particolare riferimento alle femmine, che nutrendosi di sangue sono responsabili della trasmissione del parassita della malaria. In base a studi di espressione basati sull'analisi degli Rna messaggeri si è arrivati alla stima che la zanzara 'Anopheles gambiae' abbia circa 90 proteine deputate a captare le sostanze olfattive presenti nell'aria e a veicolarle ai recettori olfattivi. I ricercatori hanno però mostrato che solamente un terzo di queste proteine sono effettivamente presenti nelle antenne delle femmine, mentre nei maschi il numero è molto più limitato.Lo studio, realizzato grazie al contributo di un progetto FP7 Europeo e a quello Firb-Futuro in Ricerca 2010, ha visto la collaborazione del gruppo di ricerca di entomologia medica del Dipartimento di sanità pubblica e malattie infettive dell'università Sapienza di Roma, del Centro di spettrometria di massa (Cism) e del Dipartimento di biologia dell'università di Firenze, del Dipartimento di chimica e biotecnologie agrarie e quello di veterinaria dell'università di Pisa, del gruppo di Integrative Proteomics and Metabolomics del Max Delbrück Center for Molecular Medicine di Berlino.