Milano, 29 gen. (Adnkronos Salute) – E' il recordman italiano della scienza, il camice bianco da 77 mila citazioni che si è guadagnato la posizione più alta, fra i cervelli del Belpaese, nella nuova classifica Usa sui primi 400 scienziati più influenti al mondo. Ma per Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Irccs Humanitas di Rozzano e docente dell'università degli Studi di Milano – cervello non in fuga – è solo una conferma: lo scienziato è al top ormai da circa 15-20 anni, bandiera del 'made in Italy' scientifico che il mondo ci invidia. Essere nel gotha degli scienziati più influenti, "è un riconoscimento non solo per me", puntualizza all'Adnkronos Salute, "ma anche per i miei collaboratori. Io non sono che la punta dell'iceberg. Il mio laboratorio attrae giovani scienziati e medici, età media 30 anni, da tutto il mondo – Brasile, India, Usa, Giappone, Croazia, Francia, Svizzera, Cuba, solo per citare alcuni Paesi – ed è importante in una situazione in cui perdiamo cervelli. A parte alcune isole felici, infatti – avverte – il nostro è un sistema ancora poco attrattivo per gli stranieri". Da qui l'appello: "Ora l'Italia non perda la guerra dei cervelli", chiede Mantovani."Oggi – spiega – stiamo vivendo un tempo in cui tutto il mondo è in lotta per accaparrarsi i migliori scienziati. Ma il nostro Paese partecipa a questa guerra in modo insufficiente". L'importanza di creare 'in patria' un ambiente internazionale "spesso sfugge", sottolinea lo scienziato. "Il modo migliore per aiutare gli italiani è offrire un ambiente stimolante, internazionale, che aiuti la crescita scientifica e umana". Ma c'è un altro risvolto, a parte il contributo alla produttività del Paese: "Avere cervelli stranieri in casa aiuta la cultura italiana. Questi giovani impareranno l'italiano, andranno a teatro, impareranno a mangiare e vestire italiano. Saranno lo sponsor migliore per promuovere l'Italia". Per questo, è il monito di Mantovani, "bisognerebbe fare di più". L'Italia, ricorda, "spende in ricerca scientifica forse la metà rispetto ai suoi competitor, ed è un gravissimo handicap". Riconoscimenti come l'inserimento di nomi illustri del Belpaese nella 'top 400' degli scienziati più influenti – classifica stilata secondo un nuovo metodo di misurazione sviluppato da un gruppo di ricercatori americani, e pubblicato sull''European Journal of Clinical Investigation' – hanno un valore: "Ci ricordano che il Paese ha un patrimonio intellettuale e di passione che lo rende capace di contribuire allo sviluppo scientifico, ai massimi livelli. Un patrimonio su cui si dovrebbe decidere di investire, è l'unica speranza per il futuro dei nostri giovani. Oggi, invece, si investe poco e male".Non è solo questione di spesa, riflette Mantovani: "Io e altri colleghi, sotto diverse etichette, abbiamo identificato lacci e lacciuoli che ostacolano la ricerca. Chiediamo che almeno ci venga 'alleggerito lo zaino', se non ci verranno date più risorse. Si tratta di punti che abbiamo presentato a 3 ministri, speriamo sia la volta buona". Mantovani si sofferma sui dati più recenti sulla produzione scientifica, "dati che mostrano come l'Italia contribuisce al progresso scientifico in modo sproporzionato rispetto ai finanziamenti e al numero dei ricercatori: meno della metà in confronto a paesi come Francia, Germania e Inghilterra, ma a questo corrisponde una produttività scientifica confrontabile. Anche se siamo disarmati ci battiamo bene. E' un'indicazione: si può contare sulla ricerca italiana".Allo stesso modo, nel mondo della medicina, si può contare sull'immunologia. Facile parallelismo: l'Italia è un Paese piccolo rispetto a colossi della ricerca come gli Usa, ma offre un gran contributo. Così "l'immunologia è una disciplina piccola che ha avuto un'influenza sproporzionata rispetto alle sue dimensioni. Sappiamo che c'è una componente immunologica in patologie molto diverse che vanno dal cancro alle malattie cardiovascolari, metaboliche e del sistema nervoso centrale. E l'immunologia è diventata un modo con cui guardiamo e leggiamo buona parte della medicina contemporanea. Un cambiamento a cui noi italiani abbiamo contribuito", sottolinea.