Milano, 18 feb. (Adnkronos Salute) – Anche lo stress gioca la sua parte nelle crisi di mercato: sembra infatti che alti livelli di cortisolo, l'ormone che viene prodotto in circostanze di particolare tensione, contribuiscano a innescare negli operatori finanziari una sorta di 'avversione' al rischio e un pessimismo irrazionale, proprio in un momento in cui si richiederebbe un atteggiamento opposto per fronteggiare crolli imminenti. E' la conclusione a cui approda un team di scienziati britannici.Lo studio, pubblicato su 'Pnas' e condotto dalla Cambridge Judge Business School e dal Department of Medicine's Institute of Metabolic Science, è il primo a mostrare come le personali preferenze di rischio finanziario siano soggette a fluttuazioni che potrebbero essere collegate a una risposta ormonale allo stress. Gli autori del lavoro suggeriscono che nel mondo finanziario i manager adottano comportamenti di rifiuto del rischio durante periodi di volatilità estrema dei mercati e questo cambiamento nella loro 'fame' di rischio potrebbe essere guidato da aspetti psicologici, più precisamente dalla risposta del corpo al cortisolo. Non solo: questo fattore, a detta degli scienziati, potrebbe essere una sottovalutata causa di instabilità del mercato. Le premesse sono in una ricerca precedente condotta su operatori della City londinese, dalla quale è emerso che quando aumenta l'instabilità del mercato i livelli di cortisolo aumentano del 68% nell'arco di 2 settimane. Nell'ultimo lavoro gli esperti hanno combinato il lavoro sul campo con il lavoro di laboratorio per testare gli effetti di questa impennata del cortisolo sulla capacità di assumersi rischi.I ricercatori hanno somministrato idrocortisone – la 'versione farmaceutica' del cortisolo – a 36 volontari, 20 uomini e 16 donne, di età tra i 20 e i 36 anni, per un periodo di 8 giorni , alzando i livelli di cortisolo del 69%. I soggetti arruolati hanno poi preso parte a una lotteria in stile finanziaria, disegnata appositamente per permettere di misurare l'attitudine al rischio. Risultato: i livelli elevati e prolungati di cortisolo hanno portato a un drastico calo della propensione all'azzardo. "Ogni operatore sa che il proprio corpo viene portato dai mercati sulle 'montagne russe' – spiega uno degli autori principali, John Coates – Quello che invece non sapevamo è che questi cambiamenti fisiologici alterano la capacità di assumere rischi". Il cortisolo si impenna, ricordano gli esperti, in situazioni di incertezza come la volatilità dei mercati finanziari e ci prepara a una possibile azione rilasciando glucosio e acidi grassi liberi nel sangue. Sopprime anche tutte le funzioni corporee non necessarie durante una crisi, come quella digestiva, riproduttiva e immunitaria. Gli scienziati suggeriscono inoltre che un effetto collaterale insospettabile dei trattamenti antinfiammatori come il prednisone può essere l'avversione al rischio finanziario. Gli autori hanno indagato anche su eventuali differenze fra uomini e donne, ma lo studio non ne ha rilevate in circostanze normali. Tuttavia, se esposti a livelli cronicamente elevati di cortisolo, gli uomini danno troppa importanza ai rischi più piccoli, mentre le donne no. Gli autori sottolineano infine che durante la crisi del credito del 2007-2009 la volatilità dei titoli azionari statunitensi schizzò dal 12% a oltre il 70%. In questa circostanza per gli scienziati è ragionevole supporre che gli elevati livelli di incertezza abbiano causato anche un'impennata dell'ormone dello stress di gran lunga superiore e prolungata rispetto a quella osservata nello studio. Lo stress cronico potrebbe aver diminuito la capacità di assumere rischi proprio quando l'economia ne aveva più bisogno, perché con un crollo dei mercati imminente era necessario che gli operatori e gli investitori acquistassero asset in difficoltà. "I traders, i gestori del rischio e le banche centrali – conclude Coates – non possono sperare di gestire il rischio se non capiscono che la guida di questi comportamenti si nasconde nel nostro corpo".