Prato, 22 gen. (Labitalia) – Qual è il ruolo economico della comunità cinese nel distretto pratese e come la presenza di una così vasta comunità si intreccia con le vicende che il distretto ha vissuto negli ultimi vent'anni? A questa complessa domanda, che da almeno dieci anni a Prato si ripropone come argomento di confronto, cerca di rispondere la ricerca di Irpet e dell'Osservatorio economico e sociale della Provincia, voluta dalla Provincia di Prato che l'ha inserita nel patto per Prato Sicura. Dall'analisi della presenza di lavoratori e imprese cinesi, del loro modello di sviluppo e delle relazioni che intercorrono con la comunità e la struttura produttiva italiana la ricerca traccia il quadro di una presenza cinese significativa, quantificabile tra l'11 e il 13% del valore aggiunto della provincia. A presentare lo studio questa mattina a palazzo Buonamici c'erano il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, il presidente della Provincia, Lamberto Gestri, Stefano Casini Benvenuti, per l'Irpet, Gabi Dei Ottati, dell'Università di Firenze, e Piero Ganugi, dell'Università di Parma.Nell'approfondita indagine, la prima di questa complessità, si prendono in esame le 4.830 imprese cinesi presenti nel distretto pratese fornendo una serie di spaccati della realtà economica per temi. Anzitutto il numero degli occupati cinesi, calcolato attraverso il consumo di acqua delle imprese, che toccherebbe i 20 mila addetti (a fronte degli 11 mila registrati). Si arriva poi al cuore della ricerca: l'analisi delle imprese che realizzerebbero a Prato una produzione che potrebbe variare tra i 2 e i 2,3 miliardi di euro, con un valore aggiunto dai 680 agli 800 milioni di euro, ovvero tra il 10,9% e il 12,7% del totale della provincia.Anche le esportazioni all'estero attribuibili alle imprese cinesi ammonterebbero a quasi 640 milioni di euro (circa un terzo della produzione) mentre le rimesse verso la Cina hanno subito profonde oscillazioni (del resto possono partire anche da altre province) aggirandosi attorno ai 400 milioni di euro annui tra il 2007 ed il 2009 e ritornando su valori attorno ai 200 milioni negli anni successivi. Lo studio analizza anche l'elevata mortalità delle imprese cinesi, delle 386 nate nel 2001 ne sopravvivono al 2012 solo 53 (meno del 14%). Le quasi 100 pagine della ricerca approfondiscono poi il dibattito che a Prato in questi ultimi anni ha visto schierarsi su fronti contrapposti chi interpreta la crescente presenza di imprese e lavoratori cinesi nel distretto come uno snaturamento dell'area e chi mette invece in evidenza la funzione di tenuta dell'economia che, senza il contributo delle imprese cinesi, sarebbe stata soggetta ad un declino assai più preoccupante a causa della terribile crisi strutturale che ha colpito Prato dal 2008 in poi.Lo studio dunque analizza le dinamiche pratesi, cogliendo nel calo drastico delle esportazioni a fronte di quello sorprendentemente contenuto del valore aggiunto un fenomeno da mettere in relazione con la crescente presenza cinese, descritta nella sua evoluzione dai laboratori di cucitura allo sviluppo del cosiddetto "pronto moda" che ha determinato l'eccezionale crescita dell'abbigliamento sia sul fronte della produzione che delle esportazioni del distretto. Ed è dalla stima della presenza cinese (imprese e lavoratori anche irregolari) dal punto di vista del suo contributo produttivo che scaturisce il quadro di una presenza altrettanto significativa, quantificabile tra l'11 e il 13%, del valore aggiunto dell'area. Resta aperto il dilemma del reale ruolo della comunità cinese e soprattutto delle relazioni con quella pratese. E' del tutto evidente che relazioni più o meno dirette tra le due comunità esistono. "E forse – suggeriscono i ricercatori – ciò può contribuire a spiegare come sia possibile che una crisi così profonda del distretto sia stata sopportata, almeno sino ad oggi, con contenute tensioni sociali". La caduta del Pil registrata dai dati ufficiali trascurerebbe insomma una parte importante di economia sommersa, che fa capo soprattutto alle imprese cinesi.