Home Attualità In ‘Buonasera dottor Nisticò’ Del Giudice racconta il ‘potere del potere’

In ‘Buonasera dottor Nisticò’ Del Giudice racconta il ‘potere del potere’

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Roma, 14 nov. (Labitalia) – Come cade un potente? Che succede nella mente di un uomo cinico, che ha passato gran parte della sua vita al servizio di un potere vero, quello del denaro, manovrando soldi dall’alto dello scranno di amministratore delegato di una banca italiana e che per una tangente presa in cambio di un finanziamento ad un”opera benefica’ si ritrova dall’oggi al domani fuori da tutto quello che era stato il suo mondo fino ad allora? E’ la storia che racconta Antonio Del Giudice, giornalista nato ad Andria, a lungo inviato di ‘La Repubblica’ e poi direttore di vari quotidiani del gruppo ‘L’Espresso’, nel suo ultimo romanzo ‘Buonasera dottor Nisticò’, Noubs ed., 141 pagg., 12 euro.
E’ il dottor Nisticò del titolo, un banchiere sessantenne, a essere fotografato con prosa lucida e priva di metafore nel momento preciso della caduta. Non prima né dopo, ma ‘mentre’. Nisticò viene messo sotto inchiesta per via di una mazzetta consistente (1 milione di euro), e da quel momento, eripitur persona manet res, dice Lucrezio, cadono le maschere e rimane la realtà. Nisticò perde la corte di amici festaioli, via gli omaggi ossequiosi ed ipocriti, niente più casse di champagne recapitate a casa, mentre ai 112 sms che Nisticò manda nella sua prima giornata da reietto non risponde nessuno.
Inizia per l’ormai ex manager un lungo periodo di auto-reclusione dentro casa, dove però non sarà mai solo: non lo abbandoneranno, mai, infatti i suoi tormenti, i ricordi impastati dei rimpianti di un’età giovane vissuta senza farsi mancare nulla, donne, sesso, lussi, e di quella tardiva e inutile consapevolezza di aver corrotto e contaminato anche le cose più belle della sua vita: l’amore per Anna, la moglie, la passione per Rachele, l’amante, il rispetto dei valori degli austeri genitori. E soprattutto di aver perso la fiducia e la confidenza dei figli, gli amatissimi figli che sono stati l’unico faro nella sua squinternata vita. La storia di Nisticò ha un epilogo, anzi due: la chiusura burocratica della vicenda giudiziaria e una rivelazione, tanto inaspettata quanto aborrita, che caleranno come una scure su quel poco che resta dell’ex famoso e potente manager.
Questa è la storia, lo scorrere del racconto, ma la vera storia, come si addice ai buoni libri, è nascosta tra le pagine: è quella del ‘potere del potere’, dello schiaffo che procura l’ebbrezza dell’avere, del delirio di onnipotenza nell’esercitare decisioni che hanno a che fare pesantemente con la vita delle persone (la concessione del prestito, l’ossequio del potente costruttore, le raccomandazioni, il sesso facile).
Ed è la storia di come tutto questo si estenda nell’anima come un virus, come un batterio inarrestabile che tutto tocca, cambia, ferisce prima e anestetizza poi. Così Nisticò non è solo un corrotto, ma a sua volta (e a sua insaputa?) diventa un ‘corruttore’, quello che tocca muore, almeno nell’anima delle persone che ne vengono a contatto. Sparge sofferenza Nisticò, senza rendersene conto, forse. Nella moglie, nell’amante, e nei figli. E il racconto si svolge come un lucido flusso di coscienza, che non trascura nessun dettaglio, perché Nisticò non fa sconti a nessuno, tantomeno a se stesso.
E’ impietoso e non cerca pietà nel raccontarci con lucidità come ha smontato, pezzo per pezzo, la sua vita e quella di chi gli stava vicino. Ma non c’è e non può esserci una morale né sul protagonista né sugli altri scialbi personaggi di contorno, che alla fine sono compartecipi consenzienti dello sciagurato Nisticò. Ognuno, in un gioco pirandelliano delle parti, ha un suo ruolo che gioca come può e come sa. Si salvano i figli, Livia e Michele, belli e intelligenti. Per fortuna il futuro è loro.