Home Nazionale Ebola: anche in Italia si studiano farmaci, molecola per prime fasi contagio

Ebola: anche in Italia si studiano farmaci, molecola per prime fasi contagio

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Roma, 5 ago. (AdnKronos Salute) – Anche l’Italia partecipa alla corsa contro il tempo per la messa a punto di armi terapeutiche più efficaci contro l’Ebola. All’Università di Padova il team guidato dal virologo Giorgio Palù sta lavorando, in collaborazione con il Karolinska Institutet di Stoccolma, “su una piccola molecola che appare in grado di inibire l’entrata del virus nelle cellule, nel momento in cui ‘attacca’ i recettori posti sulle membrane”, spiega l’esperto all’Adnkronos Salute.
“La molecola, che mira ad alterare il meccanismo di trasporto del virus nelle primissime fasi dell’infezione – dice Palù, presidente della Società europea di virologia e professore di Microbiologia e virologia all’ateneo padovano – è allo studio, in vitro, in collaborazione con il Karolinska Institutet di Stoccolma, che ha messo a disposizione i suoi laboratori”, fra i pochi al mondo con livello di sicurezza ‘Bl4’ (Bio-Safety Level 4), “perché manipolare questo virus richiede protezioni simili a quelli che si vedono nei film”.
“Abbiamo caratterizzato il meccanismo di questa molecola – prosegue – ma ancora non abbiamo pubblicato i risultati. Dopo, andremo avanti su modello animale e poi umano”. Nel mondo ci sono solo “altri 5-6 prodotti simili su cui si sta lavorando”.
“Dal punto di vista terapeutico – aggiunge l’esperto – si stanno utilizzando anche in Guinea anticorpi (sieroterapia) da soggetti sopravvissuti, che si stanno anche ingegnerizzando, ma anche in questo caso non ci sono ancora pubblicazioni. La cosa migliore contro l’Ebola sarebbe neutralizzare l’infettività del virus prima che entri nell’organismo, perché una volta penetrato si moltiplica e crea una tempesta inarrestabile che porta a emorragie. Quindi l’idea migliore sarebbe un vaccino in grado di produrre immunità di tipo neutralizzante, e se ne stanno studiando almeno un paio negli Stati Uniti”.
Per quanto riguarda l’Italia, il rischio è molto basso, anche se “l’incubazione può variare da alcuni giorni a qualche settimana, dunque la possibilità che ci possa essere un viaggiatore che lo trasporti nel nostro Paese” non può essere esclusa. “Ma poi – precisa Palù – la malattia si auto-limiterebbe, perché nel nostro Paese non abbiamo i ‘portatori sani’, come i primati o alcuni pipistrelli, e l’infezione non avviene per via aerea, bensì con il contatto con mucose, fluidi corporei o toccando animali morti. Sarebbe dunque un potenziale focolaio che potrebbe essere subito riconosciuto, isolato e limitato”, conclude.