Milano, 15 ott. (Labitalia) – Si chiama ‘smart working’, un approccio innovativo all’organizzazione del lavoro che si caratterizza per flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari di lavoro e degli strumenti da utilizzare, a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati. E si sta finalmente affermando anche in Italia come un concetto riconosciuto e compreso, sdoganandosi dal semplice telelavoro. Il 67% delle aziende ha già attivato qualche iniziativa in questo senso, ma ad oggi solo l’8% adotta realmente un modello di smart working, cioè ha sviluppato un piano sistemico introducendo strumenti tecnologici digitali, adeguate policy organizzative, nuovi comportamenti organizzativi e layout fisici degli spazi (si stima che saliranno al 19% nei prossimi 2 anni).
Insomma, fare smart working in Italia è possibile e i segnali sono incoraggianti, grazie alla crescente attenzione delle aziende, alla disponibilità delle tecnologie digitali, alla propensione delle persone all’interazione e alla relazione virtuale. Ma la strada per ripensare i modelli di organizzazione del lavoro è solo all’inizio.
Lo spiega la Ricerca 2014 dell’Osservatorio smart working della School of Management del Politecnico di Milano, presentata questa mattina al convegno ‘Smart Working: si può e si deve!’, che si è tenuto nell’aula De Carli del Campus Bovisa dell’ateneo milanese. La ricerca ha coinvolto 230 executive appartenenti a 211 aziende di media-grande dimensione, con l’obiettivo di monitorare le dinamiche di evoluzione dello smart working in Italia, identificare best practice e possibili approcci all’adozione attraverso l’analisi sul campo delle principali iniziative e il confronto con i manager coinvolti nei progetti.
Si diffonde, seppur lentamente, l’abitudine a lavorare anche in luoghi diversi dall’ufficio e, già oggi, oltre metà degli impiegati, quadri e dirigenti dedica almeno una parte del proprio orario di lavoro in mobilità, all’esterno della sua sede (in maggioranza in altre sedi dell’azienda e dai clienti, ma anche in spazi di coworking o sui mezzi di trasporto). Eppure, i professional effettivamente ‘pronti’ (per predisposizione culturale e organizzativa) a diventare smart workers sono appena il 20% del totale, a causa degli ostacoli legati alle attività non prevedibili e pianificabili, allo scarso coinvolgimento nelle decisioni da parte del capo e alla limitata autonomia nella definizione degli orari di lavoro.
“Fare smart working oggi in Italia – afferma Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio smart working – è possibile. I risultati ottenuti dalle imprese che per prime si sono cimentate in questo percorso indicano come le tecnologie digitali, i nuovi device disponibili e la cultura diffusa tra le persone permettano di rimettere in discussione gli stereotipi relativi a luoghi, orari e strumenti di lavoro, consentendo alle persone di raggiungere al tempo stesso una maggiore efficacia professionale e un miglior equilibrio vita-lavoro”.
“Alle iniziative delle aziende si devono accompagnare interventi sulle infrastrutture, come ad esempio la banda larga e Wi-Fi nei luoghi pubblici, insieme a misure di semplificazione delle forme contrattuali che agevolano e promuovono tali forme di flessibilità. Ma soprattutto fare smart working oggi è necessario, perché l’entità dei benefici concreti ottenuti per le persone, le imprese e l’ambiente ne fanno una leva irrinunciabile per recuperare le energie e i talenti necessari alla competitività del sistema Paese”, aggiunge.
Il dibattito mediatico sul tema dello Smart Working ha contribuito alla crescita di consapevolezza dell’importanza del fenomeno nelle aziende. Ma se si fa riferimento alla visione complessiva di smart working (cioè al modello che integra interventi sistemici su tecnologie digitali, policy organizzative, stili di leadership e comportamenti organizzativi e layout fisico) si nota come in Italia manchi ancora un approccio sistemico all’adozione.
Come evidenzia la ricerca, quindi, il 67% delle organizzazioni ha già avviato almeno un’iniziativa e, di queste, il 50% si è focalizzata su una o al massimo due leve di progettazione, mentre il 17% ha sviluppato piani che ne comprendono tre o quattro. Ma solo l’8% ha avviato un vero piano di smart working, collocando questi interventi all’interno di un progetto organico. Si tratta in prevalenza di grandi aziende con più di 500 addetti, che appartengono in maggioranza ai settori alimentare, Ict e telecomunicazioni e manifatturiero. In prospettiva, però, i segnali sono positivi: nei prossimi due anni si ridurrà il numero di organizzazioni senza alcuna iniziativa (dal 33 al 18%) e quelle che faranno smart working salirà al 19%.
La maggioranza di interventi effettuati, riguarda l’introduzione di nuove tecnologie digitali, su cui il 59% delle organizzazioni ha attivato iniziative, seguite dalla formazione sugli stili di management (36%) e dalle policy di flessibilità riguardo a luogo/orario di lavoro (32%), destinate a crescere nei prossimi anni. La riprogettazione degli spazi fisici è ancora limitata a meno di un quinto delle aziende (19%).
Gli interlocutori più sensibili allo smart working in azienda sono i manager della direzione Hr e nell’ambito Facility, seguiti dai Cio. Le principali motivazioni che stanno spingendo le aziende a orientarsi verso questi modelli di lavoro sono legate principalmente al benessere delle persone: il miglioramento del work-life balance (71%) e della produttività (56%), oppure l’incremento della motivazione (53%) e del benessere organizzativo (45%).
“Riconcepire l’organizzazione del lavoro attraverso lo smart working ormai – dice Mariano Corso – appare necessario alla luce delle pressioni economiche, ambientali e sociali. L’esperienza delle aziende che per prime si sono impegnate in questa trasformazione dimostra la necessità, per avere successo, di utilizzare un approccio multidisciplinare che coinvolga diversi interlocutori aziendali, come l’Hr, l’It il Real Estate e le stesse linee di business”.
“Inoltre, ogni modello deve essere personalizzato sulla singola realtà, considerando che le tecnologie digitali sono spesso un fattore abilitante. Infine, non esistono scorciatoie: il cambiamento associato allo smart working richiede tempo, ma agendo contemporaneamente su cultura, stile di leadership e comportamenti delle persone, può avere un impatto profondo e duraturo sull’organizzazione e le sue prestazioni”, conclude.