Roma, 5 ago. (Labitalia) – Undici sindacati a Montecitorio per oltre 1.400 dipendenti. In pratica, un sindacato ogni 140 dipendenti. Quattordici a Palazzo Madama per circa 800 dipendenti cioè un sindacato ogni 57 lavoratori. Questa, in sintesi, la fotografia sindacale delle due Camere del Parlamento, dove, come sancito dalla Costituzione, vige la libertà di associazione sindacale. E il Parlamento italiano è senz’altro il luogo dove il diritto di associazione sindacale, riconosciuto senza limiti dall’art. 39 della nostra Carta costituzionale, è stato maggiormente esercitato.
Oltre ai tre sindacati confederali, Cgil, Cisl e Uil, infatti, un mare di sigle rappresenta i lavoratori di Camera e Senato: tra queste ci sono due sindacati autonomi, l’Osa (Organizzazione sindacale autonoma), il più strutturato, e il Sindacato autonomo, quello che conta più iscritti alla Camera. Ci sono poi sigle di ‘categoria’ come il Sindacato Professionalità Intermedie, il Sindacato Unitario Impiegati Parlamentari, il Sindacato Quadri Parlamentari, l’Associazione dei Consiglieri della Camera dei deputati, l’Associazione Sindacale Parlamentare e altre come l’Indipendente e Libero Sindacato. Ancora più frammentata la situazione al Senato, dove le sigle arrivano a essere 14.
I dipendenti di Camera e Senato non discutono e non rinnovano il loro contratto all’Aran (l’agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche Amministrazioni), ma sono un comparto autonomo. Un regime ‘speciale’ (come quello previsto per gli organi costituzionali) a tutela dell’indipendenza dei lavoratori e delle loro funzioni, che spesso possono essere molto delicate (basti pensare ai vari uffici Bilancio o Legislativo e all’importanza delle loro valutazioni). Tuttavia, i sindacati interni delle due Camere sono soggetti alle stesse regole di rappresentatività poste per le sigle del pubblico impiego che siedono all’Aran (almeno il 5% del totale dei dipendenti).
Le relazioni sindacali nelle due Camere del Parlamento sono state costruite nel tempo; a Montecitorio sotto la presidenza di Nilde Iotti fu stilato un protocollo che fissava le regole della contrattazione. Regole fondamentali considerato che il ‘datore di lavoro’ di chi è impiegato alla Camera o al Senato è una parte politica, che cambia ogni 4-5 anni (e spesso anche meno). E dunque, per evitare che con l’avvicendarsi dei vari datori cambino anche i parametri di riferimento, è stato fatto un protocollo sulle relazioni sindacali.
Al Senato le regole sono state aggiornate, adeguandole a quelle della Camera, lo scorso dicembre, anche grazie alla sensibilità della vicepresidente Valeria Fedeli, già sindacalista (è stata segretaria generale dei tessili della Cgil con anche incarichi europei)