Home Nazionale Tumori: cancro alle ovaie, ‘gene Jolie’ per una paziente su 7

Tumori: cancro alle ovaie, ‘gene Jolie’ per una paziente su 7

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Milano, 23 set. (Adnkronos Salute) – Circa 250 mila donne nel mondo ogni anno si ammalano di cancro ovarico, e 140 mila ne muoiono. Per una paziente su 7 il responsabile è una mutazione di uno dei geni Brca1 e Brca2, di cui si è molto parlato perché un loro difetto è anche forte premonitore di cancro al seno, ragione per cui l'attrice americana Angelina Jolie si è sottoposta a doppia mastectomia per ridurre il rischio di ammalarsi. "Il 15% dei casi di cancro ovarico sono di origine genetica", afferma Nicoletta Colombo, direttore dell'Unità di Ginecologia oncologica medica all'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano, oggi nel capoluogo lombardo in occasione di un incontro organizzato da Roche per la presentazione di un farmaco approvato per il trattamento del tumore ovarico in stadio avanzato. "Quando la mutazione è presente nel genitore – spiega – c'è una probabilità del 50% che venga trasmessa ai figli". Sei persone su 10 con il gene Brca1 mutato sviluppano tumore ovarico, e anche il 20% di chi presenta una mutazione del Brca2 è destinato ad ammalarsi, precisa l'esperta. Quando c'è una storia familiare di tumori di questo tipo è consigliabile controllarsi: "Con un esame del sangue è possibile identificare l'eventuale mutazione", sottolinea Colombo. Ma per il restante 75% delle pazienti la cui malattia non è di carattere ereditario, il tumore ovarico è un nemico ancora più subdolo e letale, perché non esistono test di screening specifici e non esistono sintomi peculiari della malattia: 8 donne su 10 scoprono di soffrirne quando il tumore è gia in stadio avanzato, e "nonostante l'efficacia della chemioterapia – evidenzia Sandro Pignata, direttore Uoc Oncologia medica, Dipartimento Uro-ginecologico, Istituto tumori di Napoli – il tumore si ripresenta in circa il 70-80% dei casi nei primi 2 anni". Tutti questi fattori contribuiscono a fare del cancro ovarico il tumore ginecologico più letale, e secondo le stime del Registro tumori in Italia il numero delle pazienti è destinato a crescere. Per promuovere la lotta contro il quinto tumore femminile più diffuso, nel 2010 è nata l'Alleanza contro il cancro ovarico (Acto). Acto "nasce per volontà di un gruppo di pazienti, ma è concepita come alleanza", spiega Flavia Bideri, fondatrice e presidente della Onlus. Fanno parte dell'associazione, infatti, anche medici e ricercatori. "Informazione, accesso a cure di qualità e ricerca", questi i campi su cui si muove l'associazione. "Il 6 ottobre – annuncia Bideri – ci sarà la 'Corsa della speranza', una marcia non competitiva che rientra in un progetto mondiale (Globeathon), che si svolge contemporaneamente in 80 Paesi del mondo, per sensibilizzare sui tumori ginecologici". Il tumore alle ovaie colpisce soprattutto donne di età compresa tra i 60 e i 70 anni, ed è più a rischio chi non ha figli e chi ha avuto una vita fertile estesa, ovvero menopausa tardiva e menarca precoce. Alcuni possibili sintomi, come riportato nel libretto informativo sul tumore ovarico redatto da Acto, possono essere: gonfiore addominale persistente, necessità di urinare spesso e fitte addominali, a volte accompagnati da inappetenza, senso di immediata sazietà, perdite di sangue e variazioni delle abitudini intestinali. "La pillola contraccettiva dimezza il rischio di ammalarsi", afferma Colombo. Ma a parte qualche particolare a cui si può prestare attenzione, la diagnosi precoce è molto difficile e la malattia irrompe quasi sempre nella vita delle pazienti come uno tsunami.Diagnosi tardiva, alta probabilità di recidive, elevata mortalità: tutte queste caratteristiche fanno del tumore ovarico una malattia che colpisce non solo il fisico, ma anche la psiche. Per chi ne soffre il tempo viene scandito in modo diverso, ed è una ricerca svolta da Doxapharma, in collaborazione con Acto onlus, a dimostrarlo. Lo studio è diviso in 2 parti: per la prima, quella qualitativa, sono state intervistate 24 donne che hanno anche tenuto un diario, sono stati interrogati anche i loro mariti e i medici. La seconda parte, di tipo quantitativo, ha coinvolto 173 donne, di cui 116 con carcinoma ovarico dopo intervento chirurgico e un ciclo di chemio, e 57 ex pazienti ormai libere da recidive da almeno 3 anni. Dalla diagnosi alla ricerca della normalità perduta alla fine dei cicli di chemioterapia, "per queste pazienti il tempo è una variabile indefinita, è secondario, recupera valore successivamente – afferma Gadi Schönheit, managing director di Doxapharma – Non si può parlare di tempo. Non ne parlano in modo esplicito, e si riferiscono ad esso in maniera elusiva e vaga". Decodificato il concetto di tempo, "abbiamo cercato di capire i principali problemi da affrontare", spiega l'esperto. Più ci si allontana dal momento della malattia, più è negativo il ricordo del 'momento peggiore' vissuto durante la via crucis del cancro ovarico, "come se le pazienti nella fase che va dalla diagnosi al ciclo della terapia fossero in apnea".