Roma, 7 ott. (Labitalia) – "Sono passati dieci anni dall'approvazione della legge Biagi. Il tempo è galantuomo e ha dimostrato come questa legge avesse una visione, un progetto lungimirante ed equilibrato; non una legge di flessibilità estrema, ma un tentativo di garantire opportunità a giovani, a donne, a soggetti esclusi dal mercato del lavoro". Lo dice a Labitalia il giuslavorista Michele Tiraboschi, che è stato allievo di Marco Biagi. "Le recenti riforme -osserva- come la legge Fornero in particolare, che è stata emendata già tre volte nell'arco di pochi mesi, dimostrano come invece la legge Biagi sia 'di prospettiva', così da durare per così tanto tempo. Una norma che è passata indenne a diverse tensioni sociali e modifiche legislative, riuscendo oggi ad esprimere ancora delle enormi potenzialità e delle grandi intuizioni a partire dall'apprendistato proprio per i giovani"."Uno dei pilastri della legge Biagi – fa notare Tiraboschi – è che non bastano i contratti di lavoro o contratti regolati, ma servono operatori del mercato del lavoro che costruiscano l'incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ci sono gli intermediari e le agenzie di ricerca e selezione che aiutano il primo contatto fra lavoratore e azienda, ma poi esistono operatori più evoluti; le agenzie di somministrazione di lavoro che sono identificate nella legge Biagi come veri e propri datori di lavoro che assieme all'utilizzatore diventano cotitolari del contratto dando maggiori protezione e garanzia alla persona, che se perde l'occasione di lavoro è subito presa in carico dall'operatore dell'agenzia di somministrazione per inviarla presso una nuova missione". "La legge Biagi – ricorda il giuslavorista – dieci anni fa fu molto contrastata nell'ottica del monopolio pubblico del collocamento. Oggi è giunto il tempo di rendere operative queste intuizioni che sono ancora ben presenti con la legge stessa". Riferendosi poi al futuro occupazionale dei giovani, Michele Tiraboschi ammette che "è complicato per le leggi del mercato del lavoro, leggi più o meno buone, più o meno rigide". "Il ruolo fondamentale -rimarca- è sempre quello educativo, culturale e formativo delle scuole, delle università e delle famiglie. Dobbiamo sicuramente costruire regole flessibili, ma che garantiscano i giovani, ma soprattutto investire sulle competenze e i profili professionali".