Home Nazionale Psichiatria: 40 anni Sindrome Stoccolma, la paura che assolve il piu’ forte

Psichiatria: 40 anni Sindrome Stoccolma, la paura che assolve il piu’ forte

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Milano, 23 ago. (Adnkronos Salute) – Un 'cortocircuito' innescato dalla paura, che ci porta a immedesimarci con il più forte e ad assolverlo anche quanto l'evidenza lo condanna. "Un meccanismo sperimentato oggi da molte donne che subiscono in silenzio una violenza domestica". Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), analizza così per l'Adnkronos Salute le origini biologiche e le nuove forme sociali della Sindrome di Stoccolma, l'attaccamento patologico tra una vittima e il suo carnefice, definito 40 anni fa dallo psichiatra americano Frank Ochberg. Un disturbo codificato dopo un fatto di cronaca che ha visto protagonisti, il 23 agosto del 1973 a Stoccolma, il 32enne Jan Erik Olsson e le 4 giovani donne che prese a ostaggio durante una rapina alla Banca di credito della città svedese. "La cosiddetta Sindrome di Stoccolma – spiega Mencacci – è una condizione che rientra nella più grande famiglia dei disturbi post-traumatici da stress. Disordini psichiatrici con un'incidenza molto variabile, strettamente legata ad avvenimenti circostanti di tipo naturale o sociale: si va da un minimo del 2% di popolazione colpita, a un massimo del 25% in caso di gravi eventi naturali, attentati terroristici o guerre. Traumi che lasciano nel cervello un segno a volte indelebile", avverte lo psichiatra."I meccanismi alla base della Sindrome di Stoccolma – osserva Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano – sono in qualche modo collegati a quelli che scattano in tutti i tipi di abuso. In tutte le condizioni, cioè, in cui esiste una figura percepita come dominante". Il legame che si instaura tra vittima e carnefice, precisa lo psichiatra, è spiegabile "innanzitutto da un punto di vista etologico: quando ci sentiamo in una situazione di impotenza, e avvertiamo di essere in pericolo di vita, per istinto di sopravvivenza la natura umana ci porta ad adattarci. Fino ad accettare, e addirittura a comprendere e assolvere, la persona che in quel momento controlla la nostra esistenza".Dal punto di vista biologico, poi, la Sindrome di Stoccolma affonda le sue radici nella 'legge della paura': "In tutte le condizioni in cui una persona sperimenta paura e terrore, e sente che viene messa a rischio la sua stessa vita – continua il numero uno della Sip – si attiva un circuito che lascia nel cervello un segno indelebile e vede coinvolta in particolare l'amigdala", l'area che gestisce le emozioni e soprattutto la paura. Gli studi condotti dimostrano inoltre una variazione nell''assetto ormonale', con "l'attivazione di specifici polipeptidi a livello dell'ipofisi. Sono i meccanismi tipici di tutti i disordini post-traumatici da stress, compresa la Sindrome di Stoccolma"."Per effetto della paura – prosegue Mencacci – in qualsiasi condizione in cui ci sentiamo nelle mani di qualcuno che ci domina, le capacità di giudizio e di critica risultano fortemente scemate: la paura ci porta quindi a identificarci con il più forte, con chi ci sta prevaricando. E questo – riflette il presidente degli psichiatri – avviene non solo quando il 'dominatore' è una persona, ma anche quando è un sistema". E così, per fare degli esempi concreti, il meccanismo della Sindrome di Stoccolma è 'parente' di "quello che portò alcuni a giustificare i kapo dei campi di sterminio nazisti". Ma a distanza di 40 anni dal caso di 'Janne' e dei suoi ostaggi, nella società moderna il legame vittima-carnefice assume anche declinazioni più vicine alla vita di tutti i giorni: "Basti pensare – osserva lo specialista – alle donne che non reagiscono a un partner violento quando si sentono sopraffatte o minacciate, e che anzi arrivano a giustificarlo".E se il caso più eclatante di Sindrome di Stoccolma resta forse quello dell'ereditiera americana Patricia Hearst, rapita a 20 anni dall'Esercito di liberazione simbionese, che "si identificò a tal punto con i suoi aguzzini – ricorda Mencacci – che iniziò essa stessa a delinquere, fino addirittura a essere assolta per i suoi reati proprio perché vittima della Sindrome di Stoccolma", non mancano neppure vicende più nostrane. Come quella della ex pilota automobilistica Giovanni Amati, che si innamorò del capo della banda di marsigliesi che la rapì ventenne. Ma lo psichiatra cita anche esempi meneghini: "Gli amori di Renato Vallanzasca", il 'bel René' che fece strage di cuori nella Milano degli anni '70". Ma come si spezza il legame 'malato' della Sindrome di Stoccolma? "Il percorso di recupero ha diverse fasi", spiega Mencacci. "La prima è sicuramente la messa in sicurezza della vittima e l'allontanamento dall'oggetto della sua ossessione. Dopo di che, nell'immediato, è necessario affrontare con i trattamenti medici opportuni le prime manifestazioni del distacco, che possono essere reazioni anche molto violente: la vittima sperimenta continui flashback, soffre di insonnia e di altri sintomi fisici". Si passa poi alla fase di riabilitazione vera e propria: "Ci sono diversi sistemi, dalla tecnica del Rapid eye movement (movimento rapido degli occhi) alla psicoterapia cognitiva per 'ricompattare' la persona. Ma la strada per uscirne è molto lunga, dura anni", conclude lo psichiatra. "Il trauma lascia il segno nel cervello e alcune forme cronicizzano", in legami eterni tra la vittima e il suo carnefice.