Roma, 29 mag. (Labitalia) – Tra i 6 'comandamenti' che l'Unione europea ha dettato all'Italia per l'uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, ce ne è anche uno che riguarda direttamente il lavoro. E se questo vuol dire ricominciare a parlare di maggiore flessibilità "si tratterebbe di un focus sbagliato -critica con Labitalia il giuslavorista e docente all'Università Bocconi di Milano, Maurizio Del Conte- perché vorrebbe dire che le raccomandazione dell'Ue soffrono di una schema pensato 10 anni fa e che in questo lasso di tempo non ha prodotto in Europa nessun significativo impatto sugli ordinamenti dei Paesi e a cui non si può ricondurre alcun incremento occupazionale". Insomma sbagliato, dice il professore, "appuntare l'attenzione ancora una volta sulla flessibilità". Per quanto riguarda, infatti, i licenziamenti, "non è certo questo -precisa Del Conte- il problema che le imprese avvertono come il vero ostacolo alla loro competitività".La capacità delle nostre imprese di stare nel mercato globale, infatti, spiega Del Conte, "non dipende dalla flessibilità in uscita dal lavoro, ma dalla flessibilità dell'organizzazione del lavoro". "Peraltro -ricorda- esiste già una legge del 1991 che contempla il licenziamento collettivo di personale senza obbligo di motivazione. E il licenziamento individuale è stato appena fatto oggetto di una sofferta revisione con la riforma Fornero. Non è proprio il caso di riaprire un'inutile discussione sull'articolo 18 -avverte Del Conte- sottraendo risorse a temi più importanti". Quello che il giuslavorista ci tiene a sottolineare, infatti, è che anche le discussioni hanno un costo. "Non ci si rende conto -osserva- che le riforme e i loro cambiamenti, comportano un inevitabile tempo di adattamento e questo ha un costo che incide direttamente sulle imprese". Riaprire il fronte del dibattito sui licenziamenti, dice Del Conte, "vorrebbe dire non avere capito quali sono i problemi veri del paese".Anche sulla flessibilità in entrata, sottolinea il giuslavorista, "bisogna tenere conto che il lavoro dipende dalla crescita non dal contratto". "E bisognerebbe invece valorizzare il lavoro che c'è, perché il contratto a tempo indeterminato è uno strumento dell'efficacia dell'impresa, è una cosa di cui ha bisogno -conclude- l'impresa che vuole crescere".
Articlolo scritto da: Adnkronos