Roma, 4 giu. (Labitalia) – Dopo anni di crescita ininterrotta, nel 2012 anche le imprese condotte da immigrati soffrono la crisi. Un risultato economicamente negativo. Ma che rappresenta anche la migliore cartina di tornasole del processo d'integrazione. Le imprese etniche sono ormai talmente integrate nel tessuto economico da non procedere più in totale controtendenza rispetto alle imprese autoctone. Lo dimostra l'indagine su 'L'imprenditoria straniera in Italia', realizzata dal Centro studi Cna e presentata oggi a Roma. Nel 2012, la crisi ha colpito particolarmente le imprese individuali con titolari stranieri: sono diminuite del 6,7% rispetto al 2011. Un risultato peggiore dell'intero sistema imprenditoriale: l'anno scorso il totale delle imprese è calato dello 0,3%, le ditte individuali dello 0,8%, le imprese artigiane dell'1,5%. Questo dato negativo non intacca, tuttavia, il contributo degli stranieri negli anni della crisi. Al 31 dicembre del 2012, in termini assoluti erano 232.668. Rispetto al 2007 sono cresciute di 65.519 unità e del 39,2%. Oggi rappresentano il 7% delle imprese individuali: erano il 7,4% alla fine del 2011, ma il 4,8% nel 2007. Il 56,8% dei titolari stranieri di ditte individuali è nato in soli quattro Paesi: Marocco (16,4%), Romania (15,4%), Cina (14,7%) e Albania (10,3%). Le iniziative imprenditoriali degli stranieri, si legge nell'indagine del Centro studi Cna, sono più numerose sia dove la popolazione immigrata è più consistente sia dove si fa più impresa. Il 76,7% dei titolari stranieri risiede in sei regioni: Lombardia (22,9%), Toscana (12,3%), Lazio (11,1%), Emilia Romagna (11,1%), Piemonte (10,9%) e Veneto (9,6%). Anche gli immigrati risentono del clima economico circostante: è più forte la loro propensione all'imprenditorialità dove questa strada è tradizionalmente battuta per seguire aspirazioni di mobilità professionale e sociale ritenute non realizzabili con il lavoro dipendente. Una forte concentrazione si riscontra anche nei settori economici. Il 72,2% dei titolari d'impresa opera in due soli comparti: le costruzioni (37,2%) e il commercio (35%). Importante è anche il peso del tessile e abbigliamento (6,6%). Soprattutto per quanto riguarda le attività commerciali si può ipotizzare che la costituzione di un'impresa possa rappresentare l'unica alternativa alla disoccupazione. Ma ciò è vero solo in parte. Tra il 2008 e il 2012, l'occupazione degli stranieri in Italia è aumentata di 581mila unità, una crescita che è unica tra le grandi economie europee. Negli stessi anni il peso della componente straniera sull'occupazione è salito dal 7,6 al 10,3%, secondo in Europa solo a quello della Spagna.Alla domanda su che cosa abbia determinato questa crescita, il Centro studi Cna risponde: "C'è chi dice che gli stranieri sono più propensi ad accettare qualsiasi tipo di lavoro e a qualsiasi condizione. Più probabile – fa notare – che l'incremento sia dovuto a un effetto statistico ritardato delle regolarizzazioni intervenute negli ultimi anni. Di sicuro, c'è che il valore aggiunto attribuibile agli stranieri imprenditori e regolarmente occupati in termini di ricchezza prodotta nel 2010 è stato pari al 12%. Maggiore della loro quota di occupati".
Articlolo scritto da: Adnkronos