Roma, 6 dic. (Labitalia) – Una società "sciapa". Così viene definita la realtà italiana dal Censis, nel suo Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, presentato nella sede del Cnel dal suo presidente, Giuseppe De Rita. "L'affanno degli ultimissimi anni ci ha tolto la tensione a vivere con vigore e fervore. E senza il fervore del sale, dicevano gli alchimisti, non si può produrre alcuna mutazione degli elementi", si sottolinea. Allora, "si diventa sciapi, come collettività e anche come singoli", con il rischio che in una società sciapa "l'unico fervore, ovvero l'unico 'sale', sia quello dell'antipolitica". Tuttavia, "q uesta società produce anche frutti più positivi di quanto pensino un'opinione pubblica impaurita e una leadership politica e amministrativa forse altrettanto impaurita ma propensa a misurarsi sul controllo della capacità di resistenza polmonare di un sistema che ha bisogno e voglia di respirare, di tornare a respirare. Sarebbe cosa buona e giusta – esorta il Censis – fargli tirar fuori il fiato".Nella 'sciapa' Italia, "si vedono circolare troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche di governo complessivo del sistema, passiva accettazione della comunicazione di massa – accusa il Rapporto – Ci si ritrae dall'impegno e al tempo stesso si perde il fervore con cui abitualmente abbiamo vissuto per decenni. Senza fervore non si diventa solo sciapi, si diventa anche malcontenti, quasi infelici", avverte il Censis. Il Rapporto spiega che "la nostra società ha subito nel tempo continui intrecci di innovazione e di regressione". E osserva criticamente che "nella dialettica sociale e politica degli ultimi mesi si sono imposte tre tematiche e tre convinzioni: la prima è che l'Italia è sull'orlo del baratro o dell'abisso; la seconda è che i pericoli maggiori derivano dal grave stato di instabilità, economia o politica che sia; la terza è che non abbiamo una classe dirigente adeguata a evitare il pericolo del baratro e a gestire l'instabilità".Però, "l'abisso non arriva; l'instabilità si ripresenta quotidianamente; la classe dirigente resta sempre inadeguata. Così, fra queste tre convinzioni si è andato formando un intreccio di diabolica e reciproca accentuazione: la classe dirigente tende a ricercare la sua legittimazione nell'impegno a dare stabilità al sistema, magari partendo da annunci drammatici, decreti salvifici e complicate manovre che hanno la sola motivazione e il solo effetto di far restare essa stessa la sola titolare della gestione della crisi". Obietta a tal proposito il Censis: "Ma non si costruisce nessuna classe dirigente con annunci di catastrofe emessi a ritmo continuo, con continue chiamate all'affanno e affannose proposte di rigore, con un atteggiamento pedagogico cui è sottinteso un moralistico pregiudizio nei confronti delle qualità civili della gente. Con questi atteggiamenti – sentenzia il centro guidato da Giuseppe De Rita – è impossibile pensare a un cambiamento. Ma la classe dirigente non può e non vuole uscire dall'implicita e ambigua scelta di drammatizzare la crisi per gestirla". Il Censis definisce "ambigua" anche "la propensione a credere, per alcuni addirittura la certezza, che buona parte dei nostri guai sia dovuta alla instabilità politica e istituzionale e che quindi sia necessario perseguire, se non imporre, una alta stabilità del sistema, vista come valore unificante, addirittura come una sorta di pacificazione, della vita collettiva: quasi una nostalgia del mare calmo". Invece, si avverte nel Rapporto, "la coazione alla stabilità non può certamente coprire lo sconforto collettivo di fronte al permanere dei pericoli di catastrofe e della sfiducia in una inadeguata classe dirigente". Allora, "in questo progressivo vuoto di classe politica, di società civile e di leadership collettiva, i soggetti della vita quotidiana rischiano di restare in una solitudine senza elite. Se così fosse, sarebbe davvero vicino il baratro, non solo dell'economia ma anche della struttura stessa della società". Qui il Censis fa prova di ottimismo: "Il crollo atteso non c'è stato, l'estate è stata migliore del previsto e non fa scandalo che in autunno si siano affacciate autorevoli previsioni di ripresa. Non c'è una diffusa soddisfazione per tutto ciò, ma certo serpeggia una silenziosa constatazione che ce l'abbiamo fatta". Va anche detto, però, che "sarebbe comunque un errore adagiarsi su tale atteggiamento: si potrebbe infatti correre il pericolo di restare impantanati nell'insieme dei comportamenti adattativi e talvolta ambigui con cui abbiamo perseguito la sopravvivenza". Non mancano i segnali di quella che il Rapporto Censis definisce "vecchia o nuova vitalità" e che elenca: "una crescente imprenditorialità nel mondo dell'agricoltura, dell'agroalimentare, dell'agriturismo, dell'enogastronomia, della 'green economy'; una nuova strategia di export manifatturiero e di promozione dei nostri 'brand' di alto e medio rango; una intensità del comparto artigiano che si sperimenta anche sui più moderni campi innovativi, moltiplicando le iniziative di artigianato digitale".Incentivi vengono richiesti per altre quattro dinamiche, "il consolidarsi di una sempre più attiva responsabilità imprenditoriale femminile, l'emergere di una faticata soggettività in termini imprenditoriali degli stranieri che vivono in Italia, una forte carica di immedesimazione fra vita locale e imprese locali, l'importanza crescente e non solo numerica degli italiani che studiano o lavorano all'estero" – che "hanno una loro forza autonoma, che andrebbe però curata e potenziata".A tutti questi processi, si accompagna "un processo di radicale revisione del nostro welfare", che fa registrare insieme "una crescita del welfare privato basato sull'impegno finanziario diretto dei singoli e delle famiglie di 'tasca propria' o con il ricorso alla copertura assicurativa, del welfare comunitario che si attua con la spesa degli enti locali e del volontariato, del welfare aziendale che tende a coprire bisogni specifici, del welfare associativo con il ritorno a logiche mutualistiche e di categoria". Resta infine la spinta a una "connettività" dell'intero sistema, necessaria ma che purtroppo "istituzioni e classe politica non sembrano in grado di valorizzare".