AREZZO – Sono stati 27 l’anno passato e 19 l’anno precedente i casi di infezione da tubercolosi registrati nel 2011 nella nostra provincia. Il dato è fornito dal servizio di Igiene pubblica della Asl 8 che ha fra i suoi compiti proprio l’intervento immediato in occasione di ogni segnalazione di persona colpita da questa infezione. Come nel caso di Bibbiena, dove in un asilo si è verificato un caso e il servizio di igiene pubblica, dopo aver informato le autorità sanitarie, ha attivato la proceduta di controllo e profilassi sulle persone che sono state in contatto con questo soggetto, oltre ai familiari: in tutto 190 persone.
Una procedura standard, che segue protocolli precisi. Negli ultimi dieci anni il sistema è scattato spesso anche nella nostra provincia, anche se meno rispetto alle altre: in media 30 volte all’anno nel finire degli anni 90 e da 12 a 25 volte nel primo decennio di questo secolo. Il rapporto è di un italiano ogni tre stranieri. L’incidenza di tubercolosi polmonare risulta doppia rispetto alle forme extrapolmonari.
Negli ultimi dieci anni, il numero di casi di tubercolosi in persone nate all’estero è più che raddoppiato; la popolazione immigrata ha ancora un rischio relativo di andare incontro a tubercolosi 10-15 volte superiore rispetto alla popolazione italiana.
Sono in costante diminuzione i casi di tubercolosi in persone provenienti dall’Africa: in aumento invece i casi provenienti dall’Est europeo con la Romania che ha il maggior numero assoluto di casi di tubercolosi notificati da noi.
Va detto che pur non essendo una eccezione il caso di tubercolosi, con tutto il meccanismo di prevenzione e cura che vi scatta intorno, nella nostra provincia i casi sono assai inferiori alla media toscana: 4,9 ogni 100.000 abitanti contro una media regionale di 7,6.
Appena superiore il numero dei maschi rispetto alle donne (55% contro 45% nella nostra provincia). Ad essere colpiti quasi sempre soggetti adulti. Rarissimi i casi di bambini piccoli.
Caremani “Non sono untori”
“C’è stato un revival della infezione di tubercolosi negli ultimi anni – ci dice Marcello Caremani, Direttore del dipartimento di Medicina Specialista e Primario delle Malattie Infettive della Asl 8 – che adesso rientra grazie a politiche sanitarie più attente. Ma è stata una recrudescenza di una malattia mai scomparsa. Per anni sono aumentati i casi anche in concomitanza con l’aumenta della vita media della popolazione. A maggior rischio risultano i cittadini che si sottopongono a cure immunosoppressive, e soprattutto icittadini che provengono da aree del mondo con una alta endemia. Pochissimi i bambini rispetto agli adulti. Ma attenzione – sottolinea Caremani – non sono degli untori. Arrivano da noi e se vivono in condizioni igienico sanitarie scadenti, non hanno le necessarie difese immunitarie per non rimanere contagiati, esattamente come accadeva a molti nostri contadini negli anni trenta. Il nostro Paese ha avuto un “buco” nella prevenzione, con la chiusura “sciagurata” negli anni novanta dei dispensari antitubercolari. Adesso, da qualche anno, la situazione è stata recuperata con la presa in carico del problema da parte del servizio di Igiene Pubblica, che con competenza, strumenti adeguati e grande professionalità interviene con la adeguata profilassi ad ogni insorgenza della malattia. Quindi adesso siamo di nuovo in una condizione ideale per curare le persone ammalate e evitare il propagarsi della malattia. Ma per un decennio non è stato così.”
Appena c’è una segnalazione di tubercolosi o sospetta tale da parte di un medico di famiglia o di uno specialista, il soggetto interessato viene inviato al reparto di malattie infettive.
“Come unità operativa – spiega Caremani – siamo in grado di rispondere sul piano strumentale, operativo e sanitario a tutte le richieste di indagine e cura. Abbiamo un atteggiamento preventivo a tutela sia del paziente che di tutte le persone che vi gravitano attorno, dai familiari fino al personale sanitario. Al solo sospetto di tubercolosi il paziente viene messo in isolamento con impianti che evitano il propagarsi dell’aria dallo stesso respirata ed inspirata. E questo consente di evitare la diffusione sul territorio e nel personale. Noi abbiamo in media due pazienti fissi ricoverati con tubercolosi, con una degenza medio-lunga per una malattia dalla quale comunque si guarisce pienamente. A volte, in soggetti che sono resistenti ad alcuni farmaci tradizionali, dobbiamo cambiare terapia, ma la guarigione, quando la malattia è presa in tempo, è garantita. Fondamentali – conclude il direttore di malattie Infettive – sono ovviamente la prevenzione, le condizioni igieniche in cui si vive, l’allarme da far scattare immediatamente appena c’è il sospetto della malattia e l’intervento della igiene pubblica che provvede alla profilassi. Diverso il caso se il soggetto arriva da noi con mesi e mesi di malattia, senza che questa sia stata diagnosticata e curata”.