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Gli Etruschi dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze

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Anche se non è agevole presentare la storia della gioielleria e dell’ornamento nel breve spazio di una mostra antologica, necessariamente limitata quanto al numero degli oggetti esposti, con questa iniziativa si intende ricercare le radici, anche remote nel tempo e nello spazio, di quell’arte orafa che era uno dei vanti degli artigiani etruschi come lo è ancora oggi di coloro che, con grande perizia, lavorano l’oro in Italia. La mostra illustra sinteticamente i modi di produzione e l’uso di alcune categorie di oggetti preziosi diffusi in Etruria dal cosiddetto periodo orientalizzante (VII secolo a.C.), all’età ellenistica (III-II secolo a.C.). Si tratta di fibule e lamine auree, usate per decorare gli abiti dei capi aristocratici, armille, spilloni, collane a grani e a pendagli, spirali per capelli, in genere rinvenute a coppie, a indicare la presenza di due trecce nelle acconciature femminili. Degno di particolare interesse risulta il gruppo di oreficerie femminili rinvenuto nella tomba del Littore di Vetulonia, quindi in una sepoltura maschile ad unica deposizione. I pezzi, tutti esposti in Mostra, che dovevano essere raccolti in un cofanetto rivestito di lamina d’oro, sono stati interpretati come una preziosa offerta di una congiunta del defunto, verosimilmente la moglie. Dalle botteghe dei maestri orafi etruschi provengono manufatti di estrema raffinatezza, frutto di un’elevata perizia artigiana. Molti generi di gioielli sono rimasti immutati nei secoli e molti presentano chiari paralleli di forma, decorazione e funzione con quelli odierni. I pezzi più comuni erano le collane, con o senza pendenti, i bracciali, generalmente portati all’avambraccio, gli orecchini di varie fogge, gli anelli e i “fermatrecce”. Si tratta per lo più di gioielli a destinazione femminile eseguiti a sbalzo, a stampo, a filigrana o con la tecnica della granulazione e del “pulviscolo”.
Gli orafi etruschi erano particolarmente abili proprio nelle tecniche del pulviscolo e della granulazione, che consistevano nella saldatura di piccole sferette, o addirittura di polvere d’oro, ad una lamina secondo un disegno determinato. Oltre che essere, com’è ancora oggi, materia costitutiva di oggetti di ornamento, prevalentemente, ma non esclusivamente femminile, nonché generico simbolo di benessere, bene di rifugio per eccellenza, l’oro ha fornito per secoli la misura della ricchezza dei singoli e delle nazioni. Ma nel mondo antico questo metallo ebbe anche funzioni e destinazioni più alte: fino dalla protostoria, la sua “incorruttibilità” indusse gli uomini a considerarlo attributo della divinità e, per essa, della regalità: basti ricordare le maschere funebri d’oro delle tombe reali di Micene. Già nell’antichità l’oro veniva accostato negli oggetti di ornamento con altri materiali, come le pietre semipreziose e l’avorio, ma è l’oro che valorizza le gemme, delle quali è generalmente più pregiato. Oro e avorio, così nella Grecia classica, come in Oriente e in Etruria, erano adoperati insieme anche per la realizzazione di immagini divine. La creazione dei gioielli è certo una sfida dell’artefice al materiale prezioso, al cui valore intrinseco egli s’impegna ad aggiungere il pregio di un’arte, talora effimera come la moda, tal altra imperitura: da certi gioielli micenei, etruschi, greci e romani d’autore irrimediabilmente ignoto, fino alle moderne creazioni dell’arte orafa italiana.