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Gioco d’azzardo: l’esperienza aretina diventa un caso nazionale

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Gioco d’azzardo: l’esperienza aretina diventa un caso nazionale
Donella Mattesini

960 euro: questa la spesa media annuale per il gioco d’azzardo nella provincia di Arezzo. A persona. In linea con quella nazionale che è di circa 1.000 euro. “Un problema sociale drammaticamente rilevante – commenta la deputata Pd, Donella Mattesini. Il Sert della Asl 8 lo ha già affrontato e la sua esperienza è tra le prime e più rilevanti a livello nazionale. Su questa base avevo chiesto alla capogruppo Pd in Commissione Affari Sociali, Miotto, di proporre l’attivazione di una Commissione d’indagine sul fenomeno del gioco d’azzardo. Proposta che è stata accolta”.

La Commissione è stata quindi formata e sono iniziate le audizioni tra le quali si annuncia quella dei responsabili del Sert della Asl 8. “Il Dipartimento per le dipendenze della ASL 8 – ricorda Mattesini – è uno dei pochissimi servizi pubblici che si occupa di questo tema, della sua prevenzione e anche della presa in carico di persone affette da “ludopatia”. Lo fa dal 2004 con un modello operativo di grande valore. Lavora in rete e cioè in stretto contatto con la Prefettura e tutte le forze dell’ordine, con le categorie economiche interessate, i commercianti, le associazioni quali Caritas e quelle che combattono l’usura. Il SERT di Arezzo ha anche promosso, in collaborazione con la Regione Toscana, un percorso formativo per tutti gli operatori toscani”.

La deputata Pd ricorda il quadro di riferimento entro il quale opera la Commissione parlamentare d’indagine. “Il primo elemento è che dal 2002, cioè da quando il gioco di azzardo è gestito legalmente da AAMS (Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato), molti aspetti del contesto sociale ed economico sono mutati: a fronte di uno spaventoso ed esponenziale incremento delle offerte di gioco in ogni luogo e con ogni modalità (da una a tre estrazioni del Lotto, nuovo giochi come il Superenalotto, il Gratta e vinci, Win for Live, o il 10 e lotto, ecc. ecc.) ed al corrispondente aumento dei soldi spesi dagli italiani per giocare (nel 2002 erano 17,32 miliardi di euro ma nel 2010 sono divenuti 61 miliardi di euro), la crisi economica ha determinato maggiore insicurezza e difficoltà economiche a carico delle famiglie. Il fenomeno del gioco d’azzardo sta assumendo dimensioni enormi che investono ogni sfera della vita delle famiglie”.

Dal 2003 al 2009 in Italia sono stati spesi circa 309 miliardi di euro per il gioco lecito: nel solo 2010 sono stati bruciati in “azzardo di Stato” ben 61,4 miliardi di euro dalle famiglie, a fronte di una contrazione dei consumi in tutti gli altri settori. Per il 2011 si parla di oltre 50 miliardi e mezzo di euro.

Come evidenziato dalla commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminose, anche straniere, il fenomeno della “ludopatia”, della dipendenza da gioco d’azzardo rappresenta un costo sociale molto elevato che conduce all’impoverimento delle famiglie costrette da una vera e propria malattia a mettere in discussione la propria sopravvivenza economica.

Come si legge nel resoconto di una seduta della Commissione in cui è stata esaminata la proposta di Relazione sul fenomeno delle infiltrazioni mafiose nel gioco lecito e illecito, “..il fenomeno è estremamente grave, anche in considerazione del fatto che la ludopatia non è inserita nell’elenco delle malattie riconosciute dal Servizio Sanitario Nazionale che, quindi, non prevede neanche una terapia idonea per la cura”.

Si stima che in Italia i malati da gioco compulsivo abbiano superato i due milioni di unità. Nel nostro Paese il gioco d’azzardo colpisce una fascia di popolazione che va dai 15 agli 80 anni, ma preoccupa soprattutto perché incide particolarmente sulle fasce d’età giovanile, che sono più esposte al mezzo telematico.

I giovani, pur avviandosi in modo fortuito al gioco, diventano poi giocatori sistematici anche a causa della pubblicità che mostra il giocatore come vincente, lasciando intendere che nel gioco si trovi la soluzione ai problemi economici di giovani e famiglie.

Il gioco d’azzardo, inoltre, comporta risvolti patologici in quanto crea dipendenza in una fascia non esigua di giocatori, rappresentando un problema sociale perché di fatto costituisce una vera e propria “tassa sui poveri” che si illudono di far quadrare i propri bilanci tramite scorciatoie.

Se in altri Paesi si fanno carico dei costi sociali di questa malattia, nel nostro Paese purtroppo alla crescita del fenomeno si somma una disattenzione proprio nei confronti dei costi sociali.

Dalla relazione della Commissione emerge, infatti, che il fenomeno delle scommesse, delle lotterie e dei giochi in generale è in grande espansione e si sta trasformando in una vera e propria aggressione ai beni ed ai patrimoni di famiglia, senza contare che spesso i videogiochi, che in Italia sono ben oltre 400.000, ossia il 15% in più degli altri Paesi che conoscono questo fenomeno, non solo non sono collegati alla rete di controllo e sfuggono a qualunque forma di tassazione, ma molto spesso sono gestiti dalla criminalità, che impone il controllo sul territorio attraverso i gestori, traducendosi spesso in un disastro per i giovani, per gli anziani, per le famiglie.

Inoltre, accanto al gioco lecito, vi è tutto il settore del gioco illecito, che sfugge ai controlli e che, dalle stime della guardia di Finanza, è stimato tre volte l’ammontare della raccolta lecita.

In Italia sono circa 30 milioni gli scommettitori nelle varie categorie di giochi.

Si tratta di un fenomeno molto diffuso che coinvolge fino al 70-80% della popolazione adulta. Questo fenomeno come già detto, può assumere un carattere “compulsivo” e distruttivo, con la conseguente rovina di molte persone.

Gli ex-giocatori definiscono la ludopatia “una malattia dalla quale non si guarisce mai completamente, una vera e propria patologia, che però ancora non è riconosciuta dallo Stato come tale.

“Anche se la contraddizione vera è che questa malattia trova sostegno e promozione nelle molteplici forme di gioco che lo Stato promuove, sostenute da pubblicità ingannevoli ed ormai invadenti (dalla TV, alle radio, ai giornali) – conclude Donella Mattesini. Uno Stato che utilizza i ricavi per pagare le proprie politiche, e che nel contempo deve investire per curare le conseguenti patologie. Una grande contraddizione dalla quale occorre partire”.