Arezzo – “Nelle storie che scrivo, tutto é inventato dal vero: le storie reali sono elaborate attraverso la mia fantasia e il mio sentire” afferma Isabella Bossi Fedrigotti al termine dell’incontro tenutosi sabato 15 gennaio 2011 con inizio alle ore 17.00 nello splendido Auditorium del Museo d’Arte Medioevale e Moderna di Arezzo.
Ospite del Giardino delle Idee la contessa Isabella Bossi Fedrigotti ha regalato un pomeriggio davvero speciale di fronte a un pubblico molto numeroso (oltre 150 persone) e partecipe, autografando al termine dell’incontro le copie del Suo ultimo libro dal titolo “Se la casa è vuota” esaurite al bookshop dell’Auditorium in pochi minuti.
Isabella Bossi Fedrigotti vive a Milano dove lavora in qualità di articolista e inviata al Corriere della Sera.
Suo padre, Federico Bossi Fedrigotti, creò il primo "uvaggio bordolese" in Italia, ottenuto, cioè, con la vinificazione contemporanea di uve Merlot e Cabernet, le basi dei grandi vini di Bordeaux.
Era il 1961.
Al nuovo vino, accompagnato da un costante successo, fu dato il nome di "Fojaneghe rosso", dalla tenuta dove si coltivavano, e si coltivano ancora oggi, le uve migliori delle due varietà.
La contessa è proprietaria, insieme ai fratelli, della “Conti Bossi Fedrigotti”, azienda agricola che produce vini di alta qualità.
Al termine dell’incontro decidiamo di sederci per qualche minuto per porLe alcune domande partendo da una Sua affermazione che questo pomeriggio ci ha colpiti molto:
“La mancanza di prospettive e la mancanza di speranza non possono che costituire un avvelenamento lento ma sicuro per un progetto di vita matrimoniale”.
E’ nata a Rovereto. Che ricordi ha della Sua infanzia trentina?
Ricordo un’infanzia felice nel giardino di casa a Borgo Sacco assieme ai miei fratelli e ai compagni di scuola. E in casa anche il nonno. Parenti in visita, spesso, e a me piaceva che a tavola si fosse in tanti.
Quando è “fuggita” da Rovereto per andare a Milano e in quale occasione?
Non è stata una fuga, bensì il momento, eccitante però anche pieno di malinconia, di andare all’università.
Com’è attualmente il Suo rapporto con Rovereto?
Più volte al mese torno a Rovereto, resta sempre la mia casa, anche dopo tanti anni.
Ha lasciato degli amici a Rovereto?
Sì ne ho lasciati alcuni, ma ci vediamo e ci sentiamo abbastanza regolarmente.
Dove ha frequentato le scuole?
Scuole elementari a Borgo Sacco, le medie a Rovereto, liceo (classico) in collegio dalle monache.
Quali erano i Suoi idoli da ragazza?
E’ passato troppo tempo perché me ne ricordi. E poi, stando in collegio, non andavo al cinema, non sentivo canzoni e, quanto alle letture erano permesse sole quelle edificanti.
I Suoi genitori, che futuro sognavano per Lei?
Famiglia e figli, e li ho accontentati.
Quali sono i valori che la Sua famiglia Le ha trasmesso?
Rispetto, onestà, generosità e importanza dell’amicizia.
Quando ha iniziato con il giornalismo, temeva di più il giudizio di papà o di mamma?
Di mio padre naturalmente. Ma solo in teoria, perché raramente mi leggeva.
Quando scrive un romanzo, si ispira a qualche modello di scrittore?
No, non ne sono capace. Ci sono degli scrittori ai quali vorrei assomigliare, ma posso scrivere soltanto secondo le mie capacità.
Per uno che scrive, quando arriva l’ispirazione?
L’ispirazione non è una colomba che scende dal cielo, non è la manna che piove all’improvviso; bisogna cercarla con accanimento, cavandosi dal cuore gli argomenti.
Un motivo per cui uno deve leggere i Suoi libri?
Deve? Nessuno deve leggere niente, men che meno i miei libri. Se gli va, se lo incuriosiscono, se gli piacciono, che li legga. Se no, pace.
Com’è nata la passione per il giornalismo, per la scrittura?
Non ho idea da chi mi sia venuta la passione per la scrittura. Mio padre scriveva molto bene, ma non mi ha mai sollecitato in questo senso. I nonni scrivevano un diario, perché si usava a quei tempi in certe famiglie; e in effetti, ho cominciato anch’io scrivendo un diario.
Ha vinto il Premio Campiello. A chi l’ha dedicato?
A mio marito che fu fiero di me come se fossi stata la sua alunna più brava. E scriveva anche lui, peraltro.
Ha mai scritto un libro autobiografico?
Tutti i miei libri o quasi tutti hanno una certa vena autobiografica sul fondo, nel senso che narro cose che ho visto, sentito, ascoltato, in qualche raro caso anche vissuto. Ma tutti gli scrittori lo fanno in diversa misura, credo.
Oltre ai Suoi, che genere di libri ama leggere?
I miei a stento li rileggo. Mi piacciono i libri che in qualche modo mi parlano di me, della mia cultura. Scrittori come Marai, Nemirowsky, Magris, Roth, Yourcenar. E poi mi piacciono certi libri gialli, per il tempo delle vacanze.
Qual è stato l’incontro che Le ha cambiato la vita ?
Quello con mio marito.
Ha dei rimpianti?
Certo che ne ho. Soprattutto avrei voluto stare di più con i miei genitori anziani, parlare di più con loro, ascoltare le loro storie, ormai tutte perdute.
Il complimento più bello che ha ricevuto ?
Non so se è il più bello ma è quello che ora mi ricordo. E’ del mio direttore che a qualcuno ha detto: “Isabella è una scrittrice che non ha dimenticato di essere anche una cronista.”
Il Suo rapporto con il denaro ?
Ottimo, penso, perché mi piace spenderlo e anche regalarlo.
Ha un sassolino nella scarpa che vorrebbe togliersi?
Porto i sandali, non trattengono sassolini.
Ha un sogno nel cassetto?
Scrivere un bellissimo romanzo.
A chi vorrebbe dire grazie?
Ai miei genitori per avermi educata lasciandomi scegliere.
Ringraziamo Isabella Bossi Fedrigotti per la pazienza e gentilezza con la quale ha deciso di rispondere alla nostre domande ricordandoLe la frase con la quale ha aperto il nostro incontro pomeridiano: “Viaggiare per turismo non mi interessa. Viaggio per lavoro, ma le vacanze, per me, sono legate sempre al Trentino”.
Nell’occasione Le auguriamo, quindi, un buon rientro a casa.