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Faccia a faccia con Isabella Bossi Fedrigotti

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Faccia a faccia con Isabella Bossi Fedrigotti

Arezzo – La scrittrice e giornalista sarà ospite del Giardino delle Idee per presentare il Suo nuovo libro sabato 15 gennaio 2011 con inizio alle ore 17.00 nello splendido scenario dell’Auditorium del Museo d’Arte Medioevale e Moderna di Arezzo (INFO: 0575 409050 – ingresso gratuito)
Ne “Se la casa è vuota”, edito per Longanesi, la Bossi Fedrigotti, firma di punta del Corriere della Sera, analizza il rapporto tra genitori e figli attraverso lo strumento del racconto.

Non è un libro autobiografico e nemmeno un saggio.

Neanche un romanzo, ma una raccolta di storie dedicate all'infanzia.

"Non è però un libro per bambini, bensì di bambini" precisa Isabella Bossi Fedrigotti che ha saputo da sempre raccontare in modo straordinario la famiglia (tanto per citare un titolo fra i suoi 11 libri che precedono l'ultimo, dobbiamo ricordare "Di buona famiglia" premio Campiello).

La raccolta di racconti dedicati all'infanzia descrive, con prosa elegante, lo scenario della famiglia italiana facendo emergere la tremenda solitudine dei nostri figli.

"Non sono né psicologa, né sociologa, e come scrittrice narro la vita" dice la Bossi Fedrigotti che nel raccontare rimane sempre sul filo dell'attualità da giornalista di grande esperienza facendo emergere una casistica di problemi, sofferenze e disagi che la crisi ha certamente reso ancora più drammatica, ma che diventa insopportabile nel vuoto delle istituzioni e nella inadeguatezza delle rete sociale a supporto della famiglia.

“La scuola ad esempio: andrebbe ripensata, non tagliata” afferma la Bossi Fedrigotti.

"Io penso che anche in Italia dovrebbe accadere ciò che da tempo si fa in Francia e anche in Germania che era la paladina del tempo libero: scuole aperte al pomeriggio dove il ragazzo può relazionarsi con gli altri, trovare riferimenti. Da noi, in tempi di tagli, questi sono sogni irrealizzabili" ribadisce la scrittrice che immagina una scuola dove si fa sport, si legge, si ascolta musica, si impara.

A quel punto, come ricorda Umberto Galimberti, “non ci sarebbe più bisogno di happy hour o del mondo virtuale”.

Cosa racconta in questo libro?
Parlo attraverso lo strumento del racconto della solitudine dei bambini, malattia che non colpisce solo adulti e anziani ma, ora più che mai, anche i piccoli.

Che tipo di famiglie racconta nel libro?
Parlo proprio di famiglie normali e comuni, famiglie che si definirebbero tranquille. In un racconto ho narrato di un ragazzo vitale che al chiuso della sua camera diventa prigioniero del pc e dei porno film. Poi al mio forum è arrivata una lettera di un caso analogo, l'ho pubblicata e ne sono arrivate almeno altre dieci che confermavano l'esistenza di quel problema in tante famiglie.

Quindi i rischi abitano anche nel chiuso delle nostre case?
Certo che sì, è lì che abita la solitudine. Una volta come madri dicevamo "sono tranquilla perché i figli sono a casa". Ora non lo possiamo più dire. A casa c'è il pc che crea un mondo parallelo. Alla fine la tv è ancora meno pericolosa. Voglio dire insomma che oggi tutto può accadere anche in casa. E per questo dobbiamo esserci: di più.

Come è cambiata la famiglia oggi?
Un tempo era numerosa, quasi un clan, ora è piccola, piccolissima: e sola. Scarsa rete familiare, zii e nonni generalmente lontani. Colpa, ovviamente, anche delle case troppo care e troppo piccole: nella copertina del mio libro c'è una bimba. Sembra aprire la porta, ma più che sbirciare qualcosa, evoca il vuoto che sta alle sue spalle. Dietro c'è una casa vuota: la sua. Apre la porta sulla sua solitudine.

Lei è stata una madre con un lavoro pesante come quello della redazione di un giornale che ha ritmi tutti suoi. Ma cosa direbbe alle madri di oggi?
Che è una sciocchezza ritenere che basti la qualità del tempo. Lo so, me lo dicevo anch'io per autoassolvermi. Ma sono sciocchezze: i nostri figli vogliono quantità, tanta quantità, che spesso i genitori non sono in grado di dare non per mancanza di volontà ma per ‘come' la nostra società è organizzata. Scrivendo avevo il magone perché la maternità è l'unica gioia pura che è concessa all'essere umano.

Lei sostiene che la società andrebbe ripensata. Partendo da dove?
Servono nuovi ritmi e nuovi orari. Dal tempo dedicato al lavoro a quello per la famiglia, servono ritmi più umani. Ho un figlio che lavora in Germania, se io lo chiamo alle 18 in ufficio il telefono suona a vuoto. A quell'ora si smette di lavorare. Qui in Italia alle 18 si fanno le riunioni di lavoro e questo vuol dire finire alle 20, bene che vada. Come fa un padre o una madre ad essere presente con la dovuta quantità?

La solitudine contemporanea oggi è soppiantata da chat e dalla tv-spiona dei grandi fratelli dove le case sono piene e quasi sempre litigiose. Come vede le case dei tanti lettori che scrivono sempre numerosi alle sue rubriche?
C'è un'infinità diversa di case e forse la litigiosità non è nemmeno il peggiore dei mali. Il silenzio, inteso sia come mutismo che come solitudine, è secondo me molto peggiore, sia per i genitori che per i figli. Chat e tv non fanno altro che isolare maggiormente, penso. O almeno sottolineano la solitudine. Chi ha amici intorno, infatti difficilmente si butta sulle chat o s'incolla alla tv, a meno che non siano eventi particolari (le partite, ad esempio) che si seguono in gruppo.

Circa i ruoli in famiglia lei cosa nota?
Noto che è cambiato radicalmente il vecchio modello: papà al lavoro e mamma in casa con i bambini. I bambini, ancora piccolissimi vanno al nido, la mamma lavora come il papà con orari che costringono i genitori a una continua, stressante corsa per potersi occupare almeno in modo decente dei figli. Con il risultato che la funzione di protezione, di rifugio, di tetto che per secoli è stato tipico della famiglia si è molto indebolita.

C'è qualcosa che sopravvive oggi della vecchia famiglia italiana?
Certo, ce lo ha rivelato la crisi economica: se l'Italia non è affondata, se i giovani stanno sopravvivendo per nella precarietà o, peggio, nella disoccupazione, lo si deve alla famiglia che li ha supportati e li sta supportando con i propri risparmi o con la propria pensione.

Quale è il ricordo più bello della sua grande famiglia?
Il fatto che avessimo il privilegio di vivere in una casa grande dove vivevano sempre i nonni e spesso, per molte settimane, zie e zii amatissimi, o anche amici dei genitori che tornavano regolarmente a loro volta classificati come zii. Più persone vivevano in casa e meglio era, perché per noi figli c'era modo di ascoltare un'infinità di storie, di parlare, di essere presi sul serio. E poi, si sa, quando ci sono ospiti, le famiglie danno il meglio di sé (anche in cucina).

intervista a cura di Corona Perer