Ha definito la diocesi che sta per lasciare «cara terra di Arezzo» e ha spiegato che «in questi dieci anni ho cercato di amarla secondo il cuore di Gesù». Con queste parole l’arcivescovo eletto di Perugia-Città della Pieve, monsignor Gualtiero Bassetti, si è congedato dalla Chiesa di Arezzo-Cortona-Sansepolcro che per dieci anni ha guidato come Pastore. Lo ha fatto questa mattina durante la concelebrazione eucaristica da lui presieduta alle 10.30 nella Cattedrale di Arezzo nella ricorrenza della solennità di San Donato, patrono della diocesi e della città di Arezzo. Affollate le navate del duomo, con molti sacerdoti, fedeli e rappresentanti delle istituzioni, associazioni e movimenti ecclesiali, per salutare il vescovo uscente a cui succederà l’arcivescovo Riccardo Fontana che prenderà possesso della diocesi domenica 13 settembre.
«Ho ritenuto – ha detto monsignor Bassetti nell’omelia di stamani – che la celebrazione odierna, ponendo al centro della nostra meditazione e della nostra preghiera la figura del santo vescovo e martire Donato, sicura immagine di Cristo Buon Pastore e salda radice della nostra fede, fosse la più adeguata per innalzare un inno di lode a Dio che sempre provvede al suo gregge e che, nel suo imperscrutabile disegno di amore, negli ultimi dieci anni si è servito di un umile prete fiorentino per presiedere nella carità questa comunità cristiana».
Nella prima parte della riflessione, il vescovo si è soffermato su Donato che, ha detto monsignor Bassetti, «è stato per me un efficace modello al quale ispirare il mio episcopato». Nella parte centrale i saluti. Cominciando da sacerdoti, diaconi e seminaristi. Ai presbiteri ha formulato un augurio preciso: «Continuate a essere preti innamorati di Dio e al servizio dell’uomo». Ai diaconi ha detto di proseguire a essere «umili servitori del popolo di Dio». E ai seminaristi ha spiegato che «loro esempio possa sollecitare quanti il Signore chiama ad operare nella sua vigna a pronunciare con gioia il proprio “Eccomi!”».
Poi il vescovo ha salutato i religiosi e le religiose di una terra «ricca di esperienze di vita consacrata che ho sempre considerato una sorta di “polmone spirituale” per l’intera comunità ecclesiale», ha sottolineato.
Ampia la riflessione sui laici che il presule ha messo in guardia dai «falsi idoli» che hanno il volto «dell’indifferenza che abita spesso la nostra società, della diffusione di modelli di vita contrari al Vangelo». Nell’omelia monsignor Bassetti ne ha indicato il ruolo all’interno della comunità ecclesiale e ha messo in luce come non vadano «considerati soltanto “collaboratori” del clero, ma realmente “corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa». Poi ha presentato il «progetto delle aree pastorali che lascio come eredità alla diocesi», ha detto il vescovo. Di fronte alla diminuzione dei sacerdoti, monsignor Bassetti ha varato un «nuovo modo di concepire la parrocchia che mantiene la sua identità ma al contempo entra in stretta collaborazione con le comunità limitrofe. Una collaborazione che si esplica in attività comuni da realizzare insieme come la catechesi, la pastorale giovanile, le iniziative caritative, l’assistenza spirituale o l’orario unico delle Messe».
Un pensiero particolare è stato rivolto ai giovani cui monsignor Bassetti ha affidato una «missione specifica»: «Siate testimoni gioiosi della vita nella nostra società». «Invece di essere difesa dal suo concepimento alla sua naturale conclusione ¬– ha detto – è considerata merce da manipolare a proprio piacimento oppure dissacrata per motivi futili. Penso agli aborti o ai ricorsi a metodi di concepimento o di morte che la umiliano quando parlo di manipolazione; e penso ai suicidi, ai “giochi” assurdi sulle strade con le automobili o le moto, all’uso di sostanze stupefacenti o alcoliche quando parlo di dissacrazione per motivi futili».
Il vescovo eletto ha parlato anche degli immigrati la cui «presenza non va vista con timone» e, anzi, è uno «stimolo a rafforzare la nostra identità, che si fonda sulle radici cristiane» in quanto «la Chiesa considera il dialogo fra le fedi e le culture espressione della sua missione evangelizzatrice».
Nel saluto alle istituzioni monsignor Bassetti si è soffermato sulle dinamiche fra maggioranza e opposizione e sulla crisi economica». «Dal momento che la convivenza si basa sull’amicizia civile e sulla fraternità, invito le forze politiche ad essere attente a che il clima di scontro che talvolta si respira nella comunità non faccia prevalere logiche di interessi particolari rispetto al perseguimento dell’interesse generale», ha spiegato. Poi ha invitato a non dimenticare «le famiglie, le giovani coppie, gli anziani, i disoccupati e i poveri, colpiti dalla crisi economica». «Coloro che hanno responsabilità nelle istituzioni e nel mondo dell’impresa – ha chiarito – mettano in atto tutto quanto è nelle loro possibilità per affrontare questo frangente difficile e siano guidati dall’”urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà”, come ci ricorda Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate».
Sincero il saluto al «nuovo Vescovo, monsignor Riccardo Fontana, a cui avrò l’onore di consegnare il Pastorale di San Donato» a settembre.
Monsignor Gualtiero Bassetti farà il suo ingresso nell’arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve domenica 4 ottobre, solennità di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia.
Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata questa mattina da monsignor Gualtiero Bassetti, arcivescovo eletto di Perugia-Città della Pieve.
Eccellenze reverendissime, autorità, fratelli sacerdoti e diaconi, seminaristi, religiosi e religiose, figli e figlie carissimi di questa nostra Chiesa, «amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo» (Rm., 1, 7).
Quando il Santo Padre Benedetto XVI mi ha chiesto di lasciare questa diocesi a me tanto cara, destinandomi alla Chiesa di Perugia-Città della Pieve, ho desiderato ardentemente di concludere il mio ministero episcopale in mezzo a voi, celebrando questa liturgia eucaristica nella solennità di san Donato, secondo vescovo e patrono della diocesi.
Ho ritenuto, infatti, che la celebrazione odierna, ponendo al centro della nostra meditazione e della nostra preghiera la figura del santo vescovo e martire Donato, sicura immagine di Cristo Buon Pastore e salda radice della nostra fede, fosse la più adeguata per innalzare un inno di lode a Dio che sempre provvede al suo gregge e che, nel suo imperscrutabile disegno di amore, negli ultimi dieci anni si è servito di un umile prete fiorentino per presiedere nella carità questa comunità cristiana.
Negli anni del mio servizio alla nostra Chiesa, san Donato è stato per me un efficace modello al quale ispirare il mio episcopato. Egli, infatti, nel tempo durante il quale resse questa chiesa, percorse infaticabilmente il vastissimo territorio del municipio romano di Arezzo annunciando il Vangelo ai pagani. La sua intensa predicazione e la sua intima adesione alla Parola di Dio, testimoniata dallo zelo missionario, che animava il suo ministero episcopale, gli valsero l’appellativo di «apostolo della Tuscia»: egli si fece strumento nelle mani di Dio e, accogliendo l’esortazione che l’apostolo Pietro nella sua prima lettera rivolge agli anziani, modellò il proprio servizio nella Chiesa all’immagine del buon Pastore, custodendo il gregge che gli era affidato “volentieri”, “di buon animo” e secondo Dio.
Oggi, attraverso il Papa, il Signore mi chiede di prendere nuovamente il largo sulla sua Parola. Ho riflettuto prima di pronunciare il mio “Eccomi!”. Come ho scritto al Santo Padre, sento su di me il peso degli anni che avanzano e le difficoltà di un servizio spesso segnato da molte croci. D’altra parte, l’amicizia dei miei confratelli sacerdoti e dei diaconi, il sostegno nella preghiera dei religiosi e delle religiose, in particolare delle comunità contemplative, nonché l’affetto di tanti fedeli laici, mi inducevano a chiedere al Signore di terminare ad Arezzo il mio servizio alla sua Chiesa e di attendere qui il giorno in cui potrò contemplare il suo volto.
Tuttavia, ho sentito viva per me l’esortazione che l’apostolo Pietro rivolge ai pastori della Chiesa ad essere “modelli del gregge” di Dio: come avrei potuto chiedere a voi sacerdoti l’obbedienza? come avrei potuto richiamare i miei fedeli all’adesione al Vangelo e all’amicizia con il Signore, se proprio io avessi mancato di rispondere “sì” alla sua chiamata?
Come accennavo, colgo l’occasione di questa solenne concelebrazione per rivolgere alcuni pensieri, ispirati dalla Parola che è stata proclamata, alla cara terra di Arezzo che nel 1999 mi ha accolto come Pastore e che in questi dieci anni ho cercato di amare secondo il cuore di Gesù.
IL MIO PRIMO PENSIERO VA AI SACERDOTI, AI DIACONI E AI SEMINARISTI. Sono lieto che molti sacerdoti e diaconi abbiano accolto il mio invito a partecipare a questa Messa; alcuni non sono potuti essere presenti, ma mi hanno comunque partecipato il loro saluto e la loro preghiera: mi sono particolarmente graditi quelli dei preti malati e dei più anziani, molti dei quali prestano ancora servizio nelle loro comunità parrocchiali.
Cari sacerdoti, voi siete stati preziosi collaboratori, uniti a me «con cuore confidente e generoso» (Lumen gentium, 28), dimostrandomi fraternità, aiuto e amicizia e non mancando di esprimere, anche nelle difficoltà, rispetto e filiale obbedienza. Il Signore, mediante l’apostolo Pietro, ci esorta ad essere pastori solleciti del gregge che ci è affidato. Diveniamo sempre più autenticamente modelli per il popolo di Dio, servendo in modo degno le nostre comunità; affatichiamoci nella predicazione e nell’insegnamento (cfr. 1 Tm 5,17), credendo ciò che abbiamo letto e meditato nella legge del Signore, insegnando ciò che crediamo, vivendo ciò che insegniamo!
Se nutro un rammarico nei vostri confronti è di non avervi parlato abbastanza, di non aver testimoniato con maggiore frequenza e con migliori segni quell’affetto che lo Spirito del Signore aveva messo nel mio cuore per voi; ma posso assicurarvi che proprio voi, sacerdoti, nell’ordine della carità avete sempre occupato il primo posto.
Vi formulo un augurio: continuate a essere preti innamorati di Dio e al servizio dell’uomo.
E anche voi diaconi, proseguite ad essere umili servitori del popolo di Dio, perché tutti possano seguire il vostro esempio nel servizio dei fratelli.
Saluto i seminaristi per i quali ho sempre avuto una speciale attenzione: san Donato accompagni il loro cammino di formazione umana e spirituale, e il loro esempio possa sollecitare quanti il Signore chiama ad operare nella sua vigna a pronunciare con gioia il proprio “Eccomi!”.
MI PREME RIVOLGERE UN CALOROSO SALUTO ANCHE AI RELIGIOSI E ALLE RELIGIOSE che sono qui presenti e, per loro tramite, a tutte le famiglie religiose e le comunità monastiche della diocesi. La nostra terra è ricca di esperienze di vita consacrata che ho sempre considerato una sorta di “polmone spirituale” per l’intera comunità ecclesiale. La concreta dedizione delle persone consacrate al Signore e ai fratelli è segno eloquente della presenza del Regno di Dio per il mondo di oggi. La vostra completa consegna nelle mani di Cristo e della Chiesa è un annuncio forte e chiaro della presenza di Dio in un linguaggio ancora comprensibile ai nostri contemporanei. Continuate ad essere “sentinelle che annunciano l’aurora di giorni nuovi”.
FRATELLI E SORELLE LAICI. FAMIGLIE TUTTE DELLA DIOCESI. Celebrare san Donato è ricordare le generazioni di pastori e di cristiani, membra vive della Chiesa, che ci hanno preceduto e che, anche in tempi difficili, hanno tenuto viva la fiamma della fede. Sebbene i tempi attuali siano così diversi da quelli nei quali il nostro patrono si spendeva per la diffusione del Vangelo, anche la nostra fede è messa alla prova. I falsi idoli che ispiravano l’ostilità dei pagani verso i cristiani si ripresentano oggi nell’indifferenza che abita spesso la nostra società, nella diffusione di modelli di vita contrari al Vangelo.
Come ricordava il Papa nel recente convegno diocesano di Roma, «nei secoli passati, grazie alla generosa testimonianza di tanti battezzati che hanno speso la vita per educare alla fede le nuove generazioni, per curare gli ammalati e soccorrere i poveri, la comunità cristiana ha annunciato il Vangelo […]. Questa stessa missione è affidata a noi oggi, in situazioni diverse, in una città dove non pochi battezzati hanno smarrito la via della Chiesa e quelli che non sono cristiani non conoscono la bellezza della nostra fede». Negli ultimi anni, la nostra Chiesa ha posto a tema di riflessione il battesimo, affinché prendessimo coscienza del fatto che il mandato di evangelizzare non riguarda solo alcuni ma tutti i battezzati. In questo senso, seguendo anche le indicazioni del Papa e dei vescovi italiani, abbiamo intrapreso un cammino di miglioramento dell’impostazione pastorale che favorisse gradualmente la corresponsabilità dell'insieme di tutti i membri del Popolo di Dio, in particolare dei fedeli laici, i quali, come ricorda Benedetto XVI, non vanno considerati «collaboratori» del clero, ma realmente «corresponsabili» dell’essere e dell’agire della Chiesa.
In questa ottica si inserisce il progetto delle aree pastorali che lascio come eredità alla diocesi. Si tratta di un nuovo modo di concepire la parrocchia che mantiene la sua identità ma al contempo entra in stretta collaborazione con le comunità limitrofe. Una collaborazione che si esplica in attività comuni da realizzare insieme come la catechesi, la pastorale giovanile, le iniziative caritative, l’assistenza spirituale o l’orario unico delle Messe. Essenziale è il coinvolgimento del laicato e delle famiglie, che sono chiamati alla partecipazione alla vita comunitaria e alla valorizzazione delle varie ministerialità perché si realizzi la natura missionaria della Chiesa che «richiede alla parrocchia di uscire fuori dal "tempio"».
Vi auguro di proseguire su questa strada, aiutati e guidati dal nuovo Vescovo, mons. Riccardo Fontana, a cui avrò l’onore di consegnare il Pastorale di San Donato, e dai nostri sacerdoti: attraverso la catechesi ai giovani e agli adulti, l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio – promosso nelle comunità parrocchiali e nei centri di ascolto –, la direzione spirituale, la frequente partecipazione ai sacramenti – in particolare all’Eucaristia che fonda la Chiesa – e l’esercizio della carità, potremo contare su una comunità che potrà essere sicuro fermento per questa terra; su una Chiesa che, seguendo l’esempio di san Donato, saprà trovare la forza per l’annuncio del Vangelo, oggi.
UN PENSIERO PARTICOLARE LO RIVOLGO AI GIOVANI che ho conosciuto in questi anni e molti dei quali ho confermato con il dono dello Spirito Santo. Stamani un nutrito gruppo di loro, guidato da don Danilo, sta giungendo in piazza San Pietro a conclusione di un pellegrinaggio a piedi ritmato dal canto, dalla preghiera e dall’ascolto della Parola di Dio.
Cari giovani, la nostra Chiesa di Arezzo-Cortona-Sansepolcro ha bisogno della vostra generosità e della vostra creatività. Affidatevi ai sacerdoti, ai diaconi, ai catechisti e agli animatori dei gruppi parrocchiali, delle associazioni e dei movimenti ecclesiali; consentite che attraverso di loro il Signore trovi posto nei vostri cuori; disponetevi ad essere strumenti nelle sue mani e credibili testimoni del Vangelo verso quella maggioranza dei vostri coetanei che sembra aver dimenticato la bellezza dell’amicizia con il Signore.
A voi affido anche una missione specifica: siate testimoni gioiosi della vita nella nostra società. Oggi più che mai la vita è messa a rischio dalla tecnica e da una mentalità edonistica. Invece di essere difesa dal suo concepimento alla sua naturale conclusione, è considerata merce da manipolare a proprio piacimento oppure dissacrata per motivi futili. Penso agli aborti o ai ricorsi a metodi di concepimento o di morte che la umiliano quando parlo di manipolazione; e penso ai suicidi, ai “giochi” assurdi sulle strade con le automobili o le moto, all’uso di sostanze stupefacenti o alcoliche quando parlo di dissacrazione per motivi futili.
RIVOLGO UN SALUTO ANCHE AGLI IMMIGRATI che hanno scelto la nostra terra come luogo in cui vivere. Ne ho incontrati molti in questi anni e ciò mi ha permesso di comprendere le difficoltà che hanno nei loro Paesi di origine e la decisione – a volte drammatica – di lasciare tutto per giungere qui da noi. La loro presenza non sia vista con timore. Anzi, la pluralità di culture e di esperienze è la dimostrazione dell’universalità del volto di Dio che si mostra anche attraverso lo straniero. Proprio l’immigrato è per noi stimolo a rafforzare la nostra identità, che si fonda sulle radici cristiane e ci esorta a percorrere cammini di confronto e di riconciliazione. Ciò vale tanto più per la Chiesa che considera il dialogo fra le fedi e le culture parte integrante dell’esperienza cristiana ed espressione della sua missione evangelizzatrice, con la consapevolezza di non voler mai ridurre in questo percorso il messaggio rivelato ma semmai di intenderlo in tutta la sua ampiezza.
Approfitto di questo contesto per rivolgere un caloroso saluto ai fedeli ortodossi della comunità romena di Arezzo, con il loro parroco, e ai diaconi ortodossi ospiti presso “Rondine, Cittadella della Pace” per apprendere la lingua italiana.
INFINE IL MIO DEFERENTE SALUTO VA AI RAPPRESENTANTI DELLE ISTITUZIONI E DELLE AUTORITÀ con le quali, in questi dieci anni di episcopato, ho intrecciato fecondi rapporti di amicizia, di stima reciproca e di collaborazione per il bene della comunità civile della quale, ciascuno nel proprio ordine e grado, siamo costituiti a servizio. La promozione integrale della persona sia sempre il fondamento del vostro agire e il bene comune costituisca il riferimento di ogni azione. Dal momento che la convivenza si basa sull’amicizia civile e sulla fraternità, invito le forze politiche ad essere attente a che il clima di scontro che talvolta si respira nella comunità non faccia prevalere logiche di interessi particolari rispetto al perseguimento dell’interesse generale.
Inoltre chi è deputato a governare la nostra terra non dimentichi le famiglie, le giovani coppie, gli anziani, i disoccupati e i poveri, colpiti dalla crisi economica. Coloro che hanno responsabilità nelle istituzioni e nel mondo dell’impresa mettano in atto tutto quanto è nelle loro possibilità per affrontare questo frangente difficile e siano guidati dall’«urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà», come ci ricorda Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate (Caritas in veritate, 49).
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San Donato, celeste patrono, tu che hai guidato con generosità questa Chiesa che ti fu affidata da Cristo Buon Pastore, che rivestito di Grazia l’hai difesa dai lupi e dai mercenari, che in nome di Dio hai radunato il gregge disperso, sei andato in cerca della pecora perduta, hai fasciato quella ferita e curato quella malata, hai avuto cura della grassa e della forte, hai esercitato il tuo ministero con giustizia e carità; tu, che hai ottenuto dal Pastore supremo la corona della gloria che non appassisce, proteggi questi tuoi figli e, insieme con la beata Vergine Maria, Madre del Conforto, intercedi per il Vescovo Riccardo e per questa tua Chiesa, perché ascolti la voce del Signore e sia un solo gregge per un solo Pastore.
Proteggi e illumina anche me, perché adempia fedelmente al mio ministero episcopale nella chiesa di Perugia-Città della Pieve, con amore e giustizia, facendomi modello del gregge.
Amen!
Gualtiero Bassetti
vescovo