NEW YORK – Muammar Gheddafi fa parlare di sé anche quando cerca casa. Il leader libico, tra tre settimane, in occasione dell'Assemblea Plenaria delle Nazioni Unite a New York, visiterà gli Usa per la prima volta da quando prese il potere a Tripoli, il primo settembre del 1969. Ma quello che per lui avrebbe potuto essere il suo rientro trionfale sulla scena internazionale in occasione del 40esimo della rivoluzione libica, gli riserva delle sorprese amare: nessuno vuole offrigli ospitalità. Infatti, anche in New Jersey, stato vicinissimo a New York, dove il governo libico ha acquistato, ad Englewood, una lussuosa 'mansion' nel 1982 – tuttora in ristrutturazione per ospitare la tenda e lo staff della Guida della Rivoluzione – il leader nordafricano è personaggio non gradito. E, tenendo conto di questo dato di fatto, il deputato democratico Steven R. Rothman ha annunciato di avere avuto rassicurazioni da funzionari libici sul fatto che il leader libico non sarà ospite del piccolo centro di 29mila abitanti a poco meno di 30 chilometri da Manhattan.
Solo venerdì il sindaco della cittadina, Michael Wildes, ha minacciato di rivolgersi al tribunale per fermare i lavori di ristrutturazione e impedire così a Gheddafi e al suo seguito di soggiornare nella cittadina. Prima di lui anche il governatore dello stato, Jon Corzine, con un folto gruppo di senatori e deputati del New Jersey e di New York, si era detto contrario a questa ipotesi per un motivo molto semplice: 38 dei 259 passegeri del volo PanAm 103 precipitato nelle campagne scozzesi di Lockerbie nel 1988 provenivano da questo stato. Su questa vicenda ha poi certamente pesato il clamore suscitato dal recente rilascio, deciso dalla giustizia scozzese per motivi umanitari, di Abdelbaset Ali Mohmed Al Megrahi, l'attentatore di Lockerbie e il suo trionfale ritorno in patria. Liberazione e festeggiamenti che hanno creato un vero e proprio caso diplomatico tra Washington e Londra e su cui pesa il sospetto, avanzato dai media, che la spia libica non fosse affatto malato terminale, come dichiarato dall'autorità giudiziaria, e che dietro la sua liberazione ci fosse la pressione di forti interessi economici britannici in Libia.
Ma la ricerca di una dimora negli States per la 'Massima autorità' libica è stata travagliata fin dai suoi inizi. Prima il sindaco della Grande Mela, Michael Bloomberg, ha negato Central Park per la sua tenda. Poi, la difficoltà a trovare un appartamento a Manhattan con una ricerca ancora senza successo. Ora il New Jersey, dove il dipartimento di Stato e della Casa Bianca gli avevano sconsigliato di recarsi rivolgendo "un forte appello" al governo libico affinché il Colonnello restasse solo a New York, dove dovà comunque rinunciare ad accamparsi.
Così, dopo che la Libia nei primi anni 2000 – grazie alla rinuncia ufficiale alle armi di distruzione di massa e la sponda offerta all'amministrazione Bush nella guerra mondiale al terrorismo – è uscita dalla lista degli 'Stati canaglia', per Gheddafi, se non troverà una casa, ora che a New York ha dovuto rinunciare a quella tenda che ha trasformato in simbolo esibendola nelle sue visite a Parigi e a Roma, potrebbe sfumare l'occasione di presentarsi a tutto il mondo come uno dei 'player' principali nella difficile partita dei rapporti tra il mondo occidentale e quello arabo-islamico e africano. Per il Colonnello la grande kermesse diplomatica annuale al 'Palazzo di Vetro' è il coronamento di una strategia politico-diplomatica pazientemente tessuta negli ultimi 10 anni per presentarsi come alleato credibile di Usa e Occidente e capofila dei terzomondisti e con il curriculum finalmente ripulito dalle accuse di terrorismo del passato. Un'occasione che potrebbe essere resa inutile, se non addirittura controproducente, dalle polemiche che si stanno scatenando mano a mano che si avvicina la data del suo arrivo negli States.
Articlolo scritto da: Ign