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Cassazione: leciti in politica toni aspri

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ROMA – Via libera ai manifesti volti a "screditare" anche in maniera "graffiante" e "aspra" l'avversario politico. Parola di Cassazione che ha annullato una condanna per diffamazione inflitta in appello ad un esponente di un'amministrazione locale, condannato dalla Corte di Firenze per avere tappezzato la città di manifesti in cui affermava che il modo di fare politica del gruppo avversario e dei partiti che lo sostengono "è basato sulla calunnia e sulla ricerca affannosa e maniacale di gettare fango sugli amministratori".

Secondo la Suprema Corte, che ha accolto il ricorso dell'amministratore annullando senza rinvio la sentenza impugnata poiché "il fatto non costituisce reato", in politica "è lecito adoperare toni aspri e pungenti di disapprovazione, giungendo a screditare la condotta degli avversari".

Di diverso avviso era stata la Corte d'Appello di Firenze che, nel maggio 2008, aveva condannato l'uomo per il reato punito dall'art. 595 C.P. ritenendo che il contenuto dei manifesti politici non rientrasse nel diritto di critica. La quinta sezione penale è stata di diverso avviso e, con la sentenza 17686, ha annullato la condanna all'amministratore locale. E questo perché "sussiste l'interesse pubblico a garantire il dibattito tra tutti i gruppi politici, al fine di assicurare la trasparenza dei processi decisionali attinenti la gestione della cosa pubblica". Inoltre, annotano ancora i supremi giudici, fermo restando che deve essere "esclusa la liceità delle contumelie, del dileggio, della mera derisione", nell'ambito della lotta politica va registrato che negli anni si è verificata "una sorta di desensibilizzazione del significato offensivo di talune parole", per cui "la critica può esprimersi pure in termini che sarebbero definiti lesivi della reputazione di un comune cittadino".

Articlolo scritto da: Adnkronos/Ign