Grido di allarme degli imprenditori di un intero comprensorio, quello dell’Alta Valle del Tevere tosco-umbra, operanti nel settore “legno arredo”. I dati sgomberano purtroppo il campo dagli equivoci: fino a un paio di anni fa, erano presenti sul territorio (senza confini di regione) circa 600 aziende; ebbene, oggi sono rimaste poco più della metà. E calcolando che ogni impresa ha in media sui 3-4 addetti, il totale orientativo dei posti di lavoro andati perduti è presto fatto. Quello che un tempo era uno dei “piatti forti” dell’economia territoriale, ovvero la produzione del mobile classico e in stile frutto della manualità e della qualità artigianale, sta segnando da qualche tempo il passo. A fronte di un mercato nazionale pressochè ingessato, solo chi si garantisce un buon fatturato proveniente dalle esportazioni riesce a sopravvivere. C’era dunque un settore che ha portato per anni ricchezza e valore aggiunto a una vallata, grazie alla creatività, alla bravura e all’intraprendenza dei suoi operatori; adesso la situazione è cambiata, gli artigiani del legno – come del resto i loro colleghi di altri comparti – hanno sempre lavorato senza chiedere nulla, abituati come sono alla concretezza e a rimboccarsi le maniche di persona nei momenti difficili, ma stavolta sentono di rivolgere un accorato appello alle pubbliche istituzioni, perché riconoscano anche quella della Valtiberina Tosco-Umbra come un’area in difficoltà, che chiede una particolare attenzione attraverso l’erogazione di fondi “ad hoc” in favore di essa. A farsi promotori di questo appello sono i due imprenditori che questo territorio continua ad avere ai vertici nazionali di Confartigianato Legno Arredo: il presidente della Federazione Nazionale, Domenico Gambacci di Sansepolcro, che vive e opera nella parte toscana e il collega e consigliere nazionale del gruppo di mestiere ”arredo”, Giovanni Pieracci di Città di Castello, per il versante umbro. A politici e amministratori degli enti superiori, i vertici di Confartigianato sentono di doversi rivolgere anche per suggerire un’altra riflessione: “Aiutare in questa fase i maestri artigiani del legno – dice Pieracci – significa impedire che, alla chiusura materiale delle aziende e alla soppressione dei posti di lavoro, si aggiunga anche la progressiva morte di una storia, di una tradizione e di un “saper fare” tipico del territorio. In altre parole, la scomparsa di un nobile mestiere e di figure professionali create in anni e anni di formazione sul campo”. A Pieracci si aggiunge Gambacci: “L’ultimo indicativo esempio viene dal recente Salone del Mobile di Milano, con gli stranieri che hanno rappresentato il 68% del totale dei visitatori e il fatto che fra i 2500 espositori vi fosse una sola azienda del nostro comprensorio, mentre fino ad un paio di anni fa erano una quindicina. Ma noi non rimaniamo inerti: in collaborazione con Federlegno Arredo, guidata da Roberto Snaidero, stiamo insistendo per inserire anche gli arredi fra le operazioni ammesse alla detrazione del 50% per ridare fiato ai consumi interni e per poter portare le nostre micro-imprese a penetrare sui mercati esteri assieme alle aziende strutturate. Il problema è che abbiamo rapporti pressochè inesistenti con la politica, anche perché la situazione nazionale è quella che è”. E per quanto riguarda l’Alta Valle del Tevere nel suo complesso? “Ha bisogno di attenzione da parte delle istituzioni: sono migliaia le maestranze impiegate nei nostri laboratori, tutte di altissima qualità e non possiamo rischiare di disperdere questo grande patrimonio. Non dimenticando che fra poco ci toccherà pagare Imu, Tares e tanti altri balzelli, che metteranno molte aziende a rischio chiusura”.
Ufficio stampa Confartigianato Nazionale
Federazione Legno Arredo