Già sceneggiatore di cinema e tv ed editorialista del Corriere della Sera, Carrisi riesce a confezionare thriller ingarbugliati, adrenalinici e carichi di mistero, facendosi forte della propria esperienza in criminologia e scienza del comportamento.
L’indiscutibile merito di Carrisi è quello di aver portato in Italia un genere da sempre appannaggio esclusivo degli scrittori d’oltreoceano, ambientando nel nostro paese vicende che nulla hanno da invidiare a quelle del celebre telefilm C.S.I. e creando personaggi degni di un best-seller della Cornwell, tanto per citare uno dei nomi di spicco del thriller americano.
Con Il tribunale delle anime (Longanesi editore) è tornato nelle librerie italiane in settembre e visto il successo de Il suggeritore (16 edizioni internazionali) non è stato difficile ipotizzare per questo suo nuovo thriller, di sicuro uno dei più attesi titoli italiani del 2011, un successo immediato.
Insignito di numerosi riconoscimenti tra i quali il Premio Bancarella nel 2009 Il suggeritore aveva tenuto sulle corde migliaia di lettori dentro e fuori i confini dell’Italia.
A scanso di equivoci bisogna subito chiarire una cosa: Il tribunale delle anime non è un sequel.
Un fatto non trascurabile se si pensa che molti personaggi del primo fortunato romanzo erano potenzialmente “seriali”.
Insomma, Donato Carrisi avrebbe potuto giocare facile, ma ha invece deciso di rischiare.
E questo è già un pregio.
Al centro della storia c’è la sparizione di una ragazza.
Un evento apparentemente poco importante, visto che la Polizia ha archiviato il caso in fretta e furia.
Come spesso accade, però, le apparenze ingannano, e dietro quello che sembra un allontanamento volontario, si nasconde invece un disegno segreto, diabolico e ovviamente intricatissimo.
Il tribunale delle anime tratteggia una Roma insolita, dalle tinte talmente oscure da far impallidire anche la Gotham City di Batman.
Ma soprattutto regala agli appassionati di enigmi due personaggi complicati come un Cubo di Rubik.
Marcus, “cacciatore del buio”, è un uomo dai connotati quasi mistici, affetto da una amnesia che cela dei ricordi inquietanti.
Sandra, fotorilevatrice della Scientifica, è un’indagatrice dallo sguardo razionale, ma è ossessionata da un lutto dai contorni poco chiari.
“Il tribunale delle anime” è interamente giocato sull’eterna lotta tra il bene e il male, un thriller che, oltre a stupire con effetti speciali, racconta quella differenza tra bene e male che è confine labile e sottile, facilissimo da attraversare; un bene e un male facce della stessa medaglia, l’uno il prezzo da pagare per l’altro; un male che genera altro male.
In fondo, spesso, la differenza tra un uomo buono e uno cattivo è la memoria, il ricordo delle azioni compiute.
Un uomo che per uno scherzo della natura o del destino non ricorda il male compiuto – si chiede Carrisi – è ugualmente condannabile?
Nei romanzi di Donato Carrisi la realtà è un concetto in perenne divenire, un puzzle che inizia ad acquisire un senso solo quando mancano pochi pezzi al suo completamento, un senso che però può ancora essere sovvertito, stravolto e ricomposto in un modo originale e mai banale.
Ma davvero il male può essere riscattato da altrettanto male?
E come s’inserisce in questo quadro inquietante il “trasformista”, un abile serial-killer in grado di prendere il posto delle sue vittime?
Questi i due grandi nuclei tematici attorno ai quali ruota un thriller mozzafiato, da leggere tutto d’un fiato.
“Il tribunale delle anime” è anche la storia di un antico ordine religioso, i penitenzieri, che da anni ormai agisce al di fuori della Chiesa: compito di questi sacerdoti è vendicare il male, scovare chi lo perpetra e vendicare le vittime.
Uno dei più misteriosi luoghi vaticani ove si custodiscono i segreti della Penitenzeria Apostolica, ovvero quell’organo della chiesa dei crimini rivelati durante la confessione e con i quali gli agenti apostolici hanno avuto a che fare in più di otto secoli.
Quello che da secoli detiene un tribunale che tecnicamente sarebbe solo “di grazia” senza alcun potere giudiziario e che prevederebbe “l’assoluzione” per quelle anime pentite che vi fanno ricorso.