Le imprese di acconciatura ed estetica rientrano tra le attività di servizio alla persona
sospese anticipatamente con il DPCM del’11 marzo scorso. Nonostante il grande sacrificio che tale scelta ha comportato, le imprese associate alla CNA, si legge in un documento ufficiale del comparto, il cui presidente nazionale è l’aretino Antonio Stocchi, hanno accolto con grande senso di responsabilità il provvedimento, considerato necessario e utile al fine di contenere l’elevato rischio di contagio legato alle modalità di svolgimento dell’attività che implicano una distanza molto ravvicinata tra operatore e cliente.
Con identico senso di responsabilità le imprese del settore hanno accolto il decreto Cura Italia.
Nonostante fosse evidente che le risorse messe a disposizione, seppur cospicue, non sarebbero state sufficienti a sostenere il lavoro autonomo e le piccole imprese di fronte alla gravità della situazione, le valutazioni compiute hanno lasciato spazio alla necessità di dover rispondere prima di tutto all’emergenza sanitaria.
Purtroppo, a fronte del protrarsi dell’emergenza crescono forte preoccupazione e disorientamento nella categoria, soprattutto, rispetto ai tempi e alle modalità di ripresa dell’attività.
Per questo motivo, appare quanto mai necessario fornire alle imprese segnali chiari e risposte certe.
Sono molti i fronti su cui è necessario intervenire per sostenere il settore e appare necessario intervenire tempestivamente.
LE PROPOSTE E LE RICHIESTE
L’Unione Benessere e Sanità della CNA si sta adoperando affinché le imprese di estetica e acconciatura possano riprendere al più presto la propria attività. Come già sottolineato, il settore è stato tra i primi a doversi fermare e sta subendo i danni diffusi e gravi, in particolare sulle imprese di più piccola dimensione, di questa prolungata chiusura.
Va detto che, prima della sospensione, le imprese si erano impegnate ad adottare intransigenti misure igienico-sanitarie, in sintonia con le disposizioni e raccomandazioni apprestate per evitare la diffusione del contagio, rispondendo con diligenza e rigore alle indicazioni del Governo e del Ministero della Sanità.
Va, inoltre, sottolineato che il settore è già tenuto al rispetto delle norme e delle procedure igienico sanitarie previste dal Dlg 81 in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e dai regolamenti di
settore regionali.
Come noto, inoltre, la CNA insieme alle altre organizzazioni datoriali ha sottoscritto con le parti sociali il “Protocollo di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus negli ambienti di lavoro”. Il documento conferma l’impegno della CNA e delle sue imprese associate per la tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori e degli imprenditori e identifica le linee di comportamento da seguire per ridurre al minimo il rischio di contagio nel momento in cui le imprese riprenderanno la propria attività.
L’incertezza rispetto alle modalità di riapertura delle attività e i dubbi sul fatto che la ripresa possa essere condizionata all’adeguamento delle imprese a regole stringenti in materia di utilizzo di specifici dispositivi di protezione e di organizzazione del lavoro (numero di dipendenti che possono operare e numero di clienti che è possibile ospitare nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e di eventuali norme che imporranno restrizioni legate alla metratura del locale) non fa che aumentare il senso di smarrimento in una situazione già estremamente complessa.
Le imprese in questi giorni stanno, inoltre, subendo il “pressing” da parte di aziende fornitrici che propongono l’acquisto dei più disparati dispositivi di protezione individuale, di costosi dispositivi di sterilizzazione e sanificazione e di corsi di formazione ad hoc per ridurre la diffusione del contagio.
Al riguardo l’Unione intende tenere un approccio equilibrato, limitandosi a mettere a disposizione degli associati, nelle more della eventuale emanazione di specifiche disposizioni applicabili al settore, un codice di autoregolamentazione contenente principi da adottare nei rapporti con la clientela. Un insieme di raccomandazioni/indicazioni ragionevoli e di buon senso che, sulla base delle disposizioni vigenti in materia di contenimento del contagio e degli impregni assunti con il Protocollo, possono trovare applicazione anche nelle attività di estetica ed acconciatura.
L’Unione, quindi, sta chiedendo al Governo regole chiare, comprensibili, di facile attuazione e non soggette ad interpretazioni da parte degli organi preposti al controllo. Regole che consentano a imprese e clienti di convivere con il Covid.
In quest’ottica è quindi necessario definire anticipatamente modalità e tempi per permettere alle imprese di organizzare il riavvio delle attività.
In questo quadro, non può assolutamente mancare la disponibilità, senza limitazioni, di tutti i dispositivi di protezione individuale prescritti e rispondenti alle norme vigenti, nonché un controllo dei prezzi dei DPI in commercio.
La chiusura e il crollo dei fatturati, stanno trascinando le imprese del settore in una situazione di grave crisi finanziaria che blocca i pagamenti delle fatture dei fornitori, causa l’impossibilità di versare le imposte, di corrispondere i salari e di pagare eventuali affitti. Le misure di sostegno alla liquidità disposte nel decreto Cura Italia non sono sufficienti a far fronte alla crisi di liquidità in cui versa il settore.
Il decreto lascia, inoltre, le banche libere di sostituire posizioni già in essere con crediti totalmente garantiti dallo Stato e senza concedere credito aggiuntivo.
E l’Unione Benessere oltre a chiedere maggiore liquidità per le imprese del settore chiede anche
disposizioni migliorative, rispetto alle misure previste nel decreto Cura Italia, in tema di sospensione dei pagamenti fiscali e contributivi. La categoria necessita di un minimo di riconoscimento in più nelle agevolazioni e nelle misure di sostegno in quanto per prima e con non poco sacrificio ha anteposto l’obbligo di salvaguardare la salute di tutti, dipendenti, famiglie e cittadini all’interesse economico, facendosi carico di una chiusura anticipata rispetto alle altre attività. Un intervento più incisivo è stato chiesto anche rispetto al contributo di 600 euro che appare ampiamente insufficiente per far fronte alla grave perdita d’incasso e fatturato. Si accoglie con favore l’ipotesi che il contributo aumenterà a 800 euro per il mese di aprile ma si sottolinea che sarebbe necessario almeno il doppio per fronteggiare i costi minimi correnti di gestione d’impresa e di sussistenza del titolare. L’Unione ha chiesto, inoltre, che sia fatto uno sforzo maggiore per sostenere le imprese sul versante degli affitti, ampliando almeno il novero delle categorie catastali ricomprese nel credito d’imposta anche alle categorie C3, C8 e A10.
Allo stesso modo si ritiene che il Governo possa fare di più rispetto alla sospensione delle rate e dei canoni di mutui e degli altri finanziamenti rateali, oltreché dei leasing. Chiaramente la sospensione per soli sei mesi appare insufficiente; sarebbe, inoltre, necessario che le rate sospese siano messe in coda e non cumulate a saldo, considerando la totale eliminazione dalle sospensioni dell’aggravio di ulteriori interessi e spese di rinegoziazione. Infine, l’Unione chiede che il Governo faccia uno sforzo maggiore rispetto alla tassazione locale che dovrebbe essere sospesa o almeno alleggerita almeno per tutto il 2020, eventualmente attraverso un maggiore sostegno da parte del Governo agli enti locali.
L’impossibilità di aprire i centri e i saloni, anche per la sola vendita di prodotti, ha generato un’altra forma di perdita altamente penalizzante per la categoria che si è vista, in tal modo, sottrarre una parte spesso importante della propria attività da parte di supermercati, farmacie, parafarmacie, nonché dai colossi dell’e-commerce su web. A fronte di ciò, sarebbe opportuno consentire la riapertura immediata dei centri per la sola vendita di prodotti.