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La neve non ferma Il Giardino delle Idee

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La neve non ferma Il Giardino delle Idee

Arezzo – Davvero “Un Pomeriggio di Natale al Museo” magico è stato quella regalato da Il Giardino delle Idee sabato scorso nello splendido scenario della Sala delle Muse del Museo d'Arte Medioevale e Moderna di Arezzo.

Un Auditorium affollatissimo nonostante le condizioni metereologiche e le difficoltà a muoversi per i marciapiedi innevati del centro storico della città ed un pubblico attento e partecipe hanno fatto da cornice all’incontro con la scrittrice Dacia Maraini.

Al termine ci siamo intrattenuti la sig.ra Maraini ponendoLe alcune domande.

Dacia Maraini ci ha risposto con la consueta gentilezza e cortesia dopo aver autografato tutte le copie del Suo ultimo libro “La seduzione dell'altrove” poste in vendita all’interno dell’Auditorium ed esaurite in pochi minuti.

Oggi abbiamo molti mezzi, sofisticati e mirati, per mettere in relazione lingue e culture diverse. Tra questi, sig.ra Maraini, che posto ha la letteratura?

Credo nella letteratura come strumento di conoscenza, anche perché sono convinta che certe conoscenze non si possano acquisire né con i libri di storia, né con i manuali. La letteratura ti dà una visione dall'interno delle cose che nessun altro strumento ti può dare. La narrativa, in particolare, arriva in luoghi molto lontani, là dove non arrivano la storia e la saggistica. Non nego l'importanza della saggistica che è poi la spiegazione, la teorizzazione, la razionalizzazione della conoscenza. Però la conoscenza prima avviene attraverso i sensi e la scrittura, la scrittura letteraria, si muove proprio attraverso i sensi.

Lei ha frequentato molti generi e usato molti linguaggi letterari: la narrativa, la poesia, il teatro. C'è qualcuno di questi linguaggi che sente più adatto alla comunicazione del sapere?

Considero il romanzo come il mezzo più efficace per far capire la storia di altri secoli, per trasmettere esperienze, vicende di altri luoghi e altre culture: il più adatto insomma per far viaggiare nel tempo e nello spazio, ma sempre in un senso che definirei orizzontale. Il teatro si pone invece in senso verticale perchè è in rapporto con il trascendente, con Dio nel senso lato della parola, nel senso cioè del mistero dell'universo. Nel teatro l'uomo si interroga su se stesso, sul suo destino, sui suoi rapporti con la collettività e con lo Stato. E' sempre stato un luogo estremamente politico. Infine, guardo alla poesia come a un'operazione linguistica di grande nobiltà e grande forza, che ha una capacità addirittura normativa nei confronti del linguaggio. Non a caso diciamo che la lingua italiana è nata con Dante, nel senso che è stata normata, codificata da Dante.

Quando si parla della Sua opera letteraria, si sottolinea spesso il ruolo della coscienza.

Dobbiamo fare chiarezza su un possibile equivoco. Siamo più o meno tutti d'accordo che lo scopo di un romanzo non è mai quello di formare delle coscienze o di insegnare alcunché. E' invece uno scopo di tipo esplorativo, conoscitivo, di ricerca. Un paradosso della scrittura è però che dopo, a posteriore, vi si può trovare anche una funzione di tipo didattico ma sottolineo sempre a posteriori. Lo scrittore non parte mai con l'idea di voler insegnare qualcosa, almeno non nel mio caso. Io cerco anzitutto di capire: la storia che scrivo può poi diventare, per chi la legge, per chi in qualche modo la fa sua, anche qualcosa di formativo. Però tutto questo non è nelle intenzioni dello scrittore e non è un dato di partenza.

Vorremmo rivolgerLe un'ultima domanda sul rapporto fra letteratura e impegno civile, sociale, politico: con un libro, con i libri, si può cambiare il mondo?

No, non credo che si possa cambiare il mondo: però si può avere una parte nel cambiare la mentalità, lo spirito di un popolo. Certo, non lo si cambia nel modo con cui potrebbe agire un'azione militare o una decisione politica, però si lavora sulle idee: ed io credo che anche le idee partecipino a cambiare il mondo. Gli aerei che hanno abbattuto le Torri Gemelle hanno cambiato il mondo, non vi è dubbio! Però con che violenza, con che morte, con che sacrificio di vite umane, con che brutalità. Non mi sognerei mai di pensare di cambiare il mondo in quel modo. Ho fiducia invece nelle parole, nelle idee. E' un modo più lungo, più difficile, forse più anonimo ma comunque efficace. Nessuno però può pensare di cambiare il mondo da solo. Non credo assolutamente nel superuomo. Ciascuno deve spingere verso una direzione insieme con altre persone, mettere in moto una sensibilità comune. E piano piano, tutti insieme, si potrà anche cambiare il mondo.

Salutiamo e ringraziamo la sig.ra Maraini, lasciandola al numeroso pubblico che chiede di poterLa incontrare, conoscere, scambiare anche soltanto poche parole.

Il dr. Caprarica non è invece riuscito a raggiungere la nostra città, rimanendo bloccato a Massa Carrara dopo un viaggio estenuante in auto, bloccato per ore in autostrada.

Lo raggiungiamo telefonicamente per ringraziarLo per aver accettato il nostro invito e per scusarci per il disagio arrecatogli: con eleganza e simpatia si rende disponibile a rispondere ad alcune domande e promette da subito di far visita al Giardino delle Idee nella prossima primavera.

Non perde mai il suo humor e la sua ironia, il tutto in british style anche in un weekend di neve in Toscana che ha praticamente paralizzato i trasporti: ad Antonio Caprarica, uomo del sud, piace guardarsi attorno, come ad ogni buon giornalista.

Gli piace raccontare come ad ogni buon giornalista.

Dr. Caprarica, come guardano gli inglese alle attuali vicende italiane?

Gli inglesi sono increduli e sorpresi negativamente della situazione socio-politica italiana, ed in particolare di come un Paese come il nostro, sempre capace di reagire, si trovi in grandi difficoltà. Ad esempio “The Guardian”, uno dei principali quotidiani inglesi, si chiede da tempo come sia possibile che il nostro primo ministro abbia tanto seguito nonostante i molti scandali nei quali è coinvolto. La cultura dell'harem sta minando l'economia italiana e il suo governo. Non c'è dubbio che oggi in Italia ci sia un sistema informativo sbilanciato che dipende dalla stessa struttura produttiva: persiste una società corporativa che difende i privilegi di gruppi economici organizzati e lo fa cercando di limitare la libertà di stampa.

Quale è quindi la Sua idea di giornalismo oggi?

In questo sistema di informazione militarizzata è difficile fare del giornalismo indipendente. Utilizzando una metafora presa in prestito dalla letteratura, molti giornalisti sono costretti pur di guadagnare qualcosa ad agire come Sancho Pancha, ci sono pochi Don Chisciotte in circolazione.

Perchè scrivere un libro sull'Unità d'Italia?

“C'era una volta in Italia: in viaggio fra patrioti, briganti e principesse nei giorni dell'Unità” anche nel titolo è una strizzata d'occhio al celebre film di Sergio Leone che raccontava l'epopea americana. La mia invece rappresenta un'epica sulla storia nazionale italiana. Sono uscito dalle figure bidimensionali dei libri di storia per raccontare come vivevano gli italiani nel 1860/61. Nel nostro paese soprattutto fra le nuove generazioni, vi è un deficit strutturale di memoria. Ho cercato di fare quelle che dovrebbe fare un buon giornalista e cioè aiutare gli altri a capire meglio il tempo in cui vivono.

“Le Persone Ordinariamente Speciali sono quelle che ti entrano dentro, quelle che arrivano dritte al cuore senza prendere scorciatoie, dritte come se non corressero su un'autostrada, come se non ci fossero limiti di velocità o come se non esistessero le distanze” recita la locandine del Giardino delle Idee in questa suo veste invernale.

E sabato pomeriggio abbiamo potuto incontrare, di persona e telefonicamente, due autori veramente speciali.